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Nei post precedenti, parlando di memorizzazione di vocaboli, parole astratte e informazioni in genere (vedi anche Memorizzare. L’agenda mentale) abbiamo spesso affrontato le tecniche del PAV. PAV sta per paradosso azione e vivido, cioè, prima di creare un’associazione tra le informazioni da ricordare dobbiamo rendere le nostre immagini prima di tutto paradossali, ad esempio se pensiamo ad un elefante lo immagineremo piccolo come una formica, azione il nostro elefante piccolo come una formica sta ballando il tango, vivido significa ricco di immagini, quindi arricchiremo la nostra immagine con più colori e dettagli possibili.

Nel post di oggi parleremo del ruolo delle visualizzazione in fase di memorizzazione delle informazioni.

Abbiamo spesso però parlato anche di visualizzare le immagini. Ma che cos’è la visualizzazione?
La visualizzazione è quel processo che ci permette di creare nella nostra mente le immagini. Visualizzare è una cosa che sappiamo fare naturalmente, perchè se ci chiedessero di immaginare un’auto sapremo farlo facilmente. O se ci chiedessero di ricostruire la nostra giornata riusciremo a farlo senza problemi.

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Dove ho lasciato l’ombrello, le chiavi, gli occhiali, la penna…? O meglio, dove ho lasciato la testa???

La distrazione fa parte della psicopatologia della nostra vita di ogni giorno, e non ce ne facciamo un grosso problema. Ma COME RIMEDIARE ALLE DISTRAZIONI E DIMENTICANZE DI OGNI GIORNO?

Del resto l’esistenza dell’oblio è necessaria alla funzione dell’apprendimento e  della memoria: se questa non dimenticasse nulla, finirebbe per ingombrare la coscienza di un cumulo di contenuti privi di interesse, che sono invece eliminati o semplificati dalla dimenticanza normale.

Tuttavia i rimedi a questi piccoli inconvenienti ci sono: ad esempio in molti casi (in presenza di uno stato di salute nella norma) basta scegliere un richiamo adatto, cioè un oggetto (un particolare, un segnale, ecc.) che ci rimandi facilmente a quello da ricordare.

Esempi:

Per essere sicuri di non dimenticare l’ombrello a casa di un amico, associatelo all’ultima cosa che sicuramente noterete prima di uscire dal suo appartamento. Se portate il cappotto e fuori nevica o comunque fa freddo è certo che lo indosserete prima di andarvene! Visualizzatevi allora mentre vi state mettendo addosso un gigantesco ombrello invece del cappotto, o mentre usate il cappotto a mo’ di ombrello. Se questa scena è molto dettagliata e ridicola o strana, l’immagine del cappotto vi riporterà a quella dell’ombrello.

Se invece è in ufficio che lo dimenticate spesso, associatelo anche in questo caso all’ultima cosa che vedete all’uscita. Se questa è l’apparecchiatura per timbrare il cartellino, immaginate di timbrare l’ombrello invece anziché il cartellino.

E mentre capiamo come rimediare alle distrazioni e dimenticanze di ogni giorno, possiamo fare l’esempio delle chiavi. Nel momento in cui le togliete dalla tasca o dalla borsa e le appoggiate ad esempio sul comodino, fate in modo di visualizzare che queste, trasformate in enormi cilindri d’acciaio, rotoleranno dal comodino e vi inseguiranno rumorosamente verso le scale bloccandovi e facendovi cadere.

E gli occhiali? Se li lasciate sul televisore ed andate in un’altra stanza, visualizzate che un pugno chiuso esca dal video,e ne frantumi le lenti con un colpo secco.

E la penna? Trasformatela con creatività in un gigantesco tubo: ogni volta che la lasciate da qualche parte, è un tubo di ferro che fa rumore, che schiaccia, che lascia ruggine e grasso. Suona il telefono, interrompete di scrivere: mettete la penna dietro l’orecchio o nella tasca della giacca.

Subito visualizzatevi nell’affaticante lavoro di mettere un tubo dietro l’orecchio o nella tasca della giacca.

Vi è mai capitato di avere un importante lettera da imbucare e dimenticarla a casa? Mentre allora decidete di farlo, visualizzatela appesa alla maniglia della porta o alla chiave di casa: al momento di uscire, la maniglia o la chiave vi richiameranno la lettera. La stessa funzione di richiamo può avere il sacchetto della spazzatura che, uscendo, depositate nel bidone: visualizzatelo pieno di lettere.

Ecco quindi l’importanza dell’associazione da visualizzare:

Il richiamo a volte non basta; occorre legarlo alla cosa da richiamare, naturalmente usando tutte le tecniche di cui ora siete a conoscenza e, prima fra tutte, lo schedario alfanumerico.

Dopo aver capito come rimediare alle distrazioni e dimenticanze di ogni giorno, informati sul nostro corso di memoria CIAO.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita e sono parte costitutiva dell’essere umano. Esse donano colore e significato ai nostri ricordi, che altrimenti sarebbero soltanto aridi fotogrammi di un film in bianco e nero. Molto spesso le emozioni sono la chiave d’accesso nel far riemergere ricordi in apparenza perduti. Sono quindi fondamentali per la nostra memoria a lungo temine.

In che modo le emozioni permettono ai ricordi di riaffiorare ancora più vividamente?

Oltre al contenuto di cui già parlato nell’articolo “Memorizzare in modo alternativo…il Freenoting”, vale la pena inoltrarci in un viaggio in un mondo affascinante: in quella che potremmo definire la “madre” del nostro cervello, poiché ne è la struttura originaria, la più antica: il sistema limbico.

Esso è la dimora  delle funzioni psichiche primordiali e costitutive dell’essere umano: comportamento, emozioni, modo d’essere, memoria a lungo termine e olfatto.  Esploriamo per un attimo da vicino due strutture portanti del sistema limbico: l’ippocampo e l’amigdala.

  • L’ippocampo è implicato nella formazione delle tracce di memoria a lungo termine, è responsabile della formazione delle sinapsi e dell’orientamento spaziale. Nell’essere umano ha una forma curva e convoluta, che ispirò ai primi anatomisti l’immagine di un cavalluccio marino. Il nome, infatti, deriva dal greco hippos = cavallo, campos = mare.
  • L’amigdala è la sede delle emozioni, è responsabile dell’intelligenza emotiva, capacità di valutazione del significato emozionale degli eventi. L’amigdala è adiacente all’ippocampo ed ha una struttura a forma di mandorla. Il suo nome infatti deriva dal greco…….. che significa appunto mandorla. In quanto struttura primordiale, è fortemente implicata nella formazione emozionale del carattere e dei modi d’essere.

L’ippocampo e l’amigdala sono coinvolti in un grande gioco di squadra: l’amigdala assegna un significato emozionale agli eventi e ai ricordi elaborati dall’ippocampo sottoforma di tracce mnemoniche, di sinapsi.

La memoria emotiva in molti casi riapre una strada, è un forte imput, un uno straordinario  trampolino di lancio per risvegliare sia ricordi che funzioni cerebrali assopite. Ne è un esempio lampante un episodio accaduto al filosofo Kant.  Nell’ultimo periodo della sua vita egli fu colpito da demenza senile, particolare forma del morbo Alzheimer, consistente, tra le altre patologie, in una difficoltà di unire le parole in frasi di senso compiuto. Una sera il suo medico si recò a fargli visita. Kant, felice di riceverlo disse “Grazie felice accomodi sera lei visita”, e gli fece strada in casa sua. Arrivati in soggiorno, Kant restò in piedi finchè il medico non si fosse seduto. Il medico lo invitò a sedersi chiedendogli come mai non l’avesse fatto prima. Il vecchio filosofo, tra lo stupore e la meraviglia del medico, con molta sicurezza rispose: “Le facoltà razionali mi hanno abbandonato, ma il senso dell’umanità ce l’ho ancora.”

Abbiamo spesso sentito parlare di queste 2 modalità diverse di memoria, a breve e lungo termine.

Cerchiamo di capirne parte della complessità che appartiene a questo genere di argomento.

Normalmente usiamo solo il 4/5% delle nostre potenzialità mnemoniche e meno del 10% delle capacità mentali; possiamo invece usare al meglio la nostra mente conoscendo come funziona e come stimolarla. Ad esempio sfruttando delle mnemotecniche quindi utilizzando al meglio entrambi i nostri emisferi, con tecniche di concentrazione e rilassamento fisico e mentale,  e gestione dello stress.

La memoria: che cos’è e come funziona

Più che di memoria, dovremmo parlare di memorie al plurale:

  • Memoria sensoriale
  • Memoria a breve termine
  • Memoria a lungo termine

Le tre fasi della memorizzazione

Secondo le teorie scientifiche esistono tre diversi momenti del processo di memorizzazione: la codifica, la ritenzione e il recupero. Per codifica si intende il modo in cui l’informazione in arrivo è immagazzinata nel sistema; la ritenzione è il modo in cui questa informazione viene conservata nel corso del tempo; il recupero si riferisce al modo in cui l’informazione viene estratta da un sistema.

Possiamo attribuire le prime teorie a Platone che paragonava la memoria umana a morbida cera sulla quale le esperienze imprimevano dei segni. Aristotele parlava invece di “associazioni”, due idee sono associate se il ricordo di una riesce a richiamare chiaramente l’altra. Agli inizi del 1900 vennero formulate le prime teorie psicologiche sulla memoria. Alcuni studiosi consideravano il sistema di memorizzazione costituito da “vie neurali”, come da sentieri mentali che diventavano più chiari e distinti più venivano usati.

Teoria della memoria

La prima importante teoria della memoria venne proposta nel 1971 da Atkinson e Shiffrin. La loro teoria  così detta “multi processo” considerava il funzionamento del sistema mnemonico come risultato dell’interazione tra sistemi diversi interconnessi. L’informazione in entrata viene conservata per un tempo molto breve in un sistema di memoria sensoriale, poi viene in parte  codificata e conservata nella memoria a breve termine e infine trasferita nella memoria a lungo termine. Vediamo più nel dettaglio ognuno di questi sistemi.

La memoria sensoriale conserva l’informazione visiva o uditiva (ecoica) per qualche secondo. Alcuni esperimenti dimostrano che queste informazioni vengono conservate in un codice molto simile all’informazione originale e che possono essere disturbate da informazioni percepite successivamente.

La memoria a breve termine è lo spazio mentale in cui le informazioni vengono conservate per periodi più lunghi. Questo tipo di memoria può anche essere considerata una memoria di lavoro (working memory) perché atta alla manipolazione e alla conservazione dell’informazione. Questo magazzino di informazioni ha una capacità limitata. Secondo alcuni esperimenti di Miller (1956) si possono ricordare al massimo sette (più o meno due a seconda della difficoltà del compito) elementi nella memoria a breve. Nei compiti di rievocazione è possibile osservare un curioso fenomeno. Si ha la sensazione che le informazioni ricordate più facilmente all’interno di una qualsiasi sequenza siano le prime o le ultime. Le prime perché sono quelle memorizzate quando “la mente era più fresca” (effetto primacy), le ultime perché sono le informazioni assimilate più di recente (effetto regency).

La memoria a lungo termine è quella che conserva tutte le informazioni sul nostro passato, come per esempio, gli episodi della nostra infanzia. E’ possibile fare una distinzione tra diversi tipi di memoria a lungo termine. La prima distinzione che può essere fatta è tra conoscenza procedurale e dichiarativa.

La dichiarativa, che spesso può essere appresa attraverso lo studio o l’osservazione, corrisponde alla conoscenza di dati di fatto, ad esempio “Roma è la capitale dell’Italia”.

La conoscenza procedurale ci dice invece come fare qualcosa. Se sappiamo allacciarci le scarpe o tagliare una torta è perché abbiamo acquisito questo tipo di conoscenza attraverso l’esercizio e la ripetizione.
Alcune recenti teorie sulla struttura della memoria parlano di reti neurali. La memoria viene considerata come una rete di associazioni tra contenuti, fatti e procedure. Tale teoria trova una riscontro nella struttura del nostra sistema nervoso centrale che è  costituito da collegamenti (sinapsi) tra neuroni. Un’ulteriore conferma ci viene data dalle mnemotecniche le quali  spiegano che, quando non si ricorda qualcosa basta cercare di ricordare qualcosa di vicino a quel ricordo, magari legato al momento in cui si è memorizzata l’informazione.

Per informazioni dettagliate su un seminario specifico sulle tecniche di memoria, clicca qui.

Come mai oggi si parla di “memorie” e di sinapsi?

Partiamo dal definire scientificamente le seconde:

Le sinapsi sono punti di contatto tra due cellule nervose che servono per propagare gli impulsi nervosi.  Ogni neurone è costituito da una parte più larga, chiamata corpo cellulare, e da filamenti, detti assoni, lungo i quali l’impulso nervoso si diffonde grazie a piccoli e brevi cambiamenti del potenziale elettrico della membrana cellulare.I filamenti terminano con una zona allargata, detta bottone sinaptico, che solitamente poggia o si trova molto vicino al corpo cellulare di un altro neurone. Questa è la sinapsi.

Quando l’impulso arriva in questa area, provoca l’emissione alcune sostanze, chiamate neurotrasmettitori.

Questi si diffondono nello spazio tra le due cellule e vengono raccolti dalla cellula successiva, nella quale provocano un’onda di depolarizzazione, cioè una variazione nella distribuzione delle cariche elettriche. In questo modo il segnale passa da una cellula all’altra. Molti studi sulla struttura delle sinapsi sono stati fatti sul calamaro Loligo pealii, che ha un sistema nervoso semplicissimo, ma possiede assoni centinaia di volte più grandi del normale.

Dati in entrata → Memoria sensoriale → Memoria a breve termine → Memoria a lungo termine → Dati in uscita

“Dimmelo e lo scorderò, mostramelo e lo capirò, coinvolgimi e lo ricorderò…”

  • LA CATENA DELLA MEMORIA:

Necessità e interesse

Motivazione

Attenzione

Concentrazione

Organizzazione

La memoria non funziona ogni volta che si interrompe questa catena in qualche punto

Quando la memoria non funziona, domandati perciò:

  • Perché non ricordo?
  • A che punto si è interrotta la catena della mia memoria?
  • Quali interferenze eliminare?

Esistono infatti, numerose interferenze che influenzano negativamente la memoria, quali:

  • ansia
  • depressione
  • stati emotivi particolari
  • ambiente ecc. ecc.
  • La memoria può essere di tre tipi

1- memoria sensoriale o percettiva ,

intensa, ma di breve durata legata ai 5 sensi; per esempio: quando cammino per la strada, vedo una quantità di “cose” che rimangono impresse nella mia memoria un tempo brevissimo, subito sostituite da altre.

2- memoria di lavoro o di breve durata ,

che è come una lavagna su cui si possono scrivere da 4 a 7 voci o concetti indipendenti per volta,

per esempio: se ascolto in modo distratto una lezione che non mi interessa, anche se comprendo tutto lì per lì, le informazioni resteranno impresse nella mia memoria soltanto per pochi secondi.

3- Memoria a lungo termine,

che richiede una registrazione cosciente di una informazione significativa,

per esempio: quando studio concetti che voglio memorizzare, cercherò di organizzarli in qualche modo e di connetterli con quello che già so; forse li ripeterò più volte, in modo da trattenerli il più a lungo possibile (almeno fino a..l’interrogazione!!!).

Le strategie per far rimanere il ricordo fisso nel tempo possono essere:

•  La memoria visiva o fotografica

(ricordi le pagine del libro, le figure, i grafici, un luogo?

•  La memoria per i numeri o per i nomi

•  La memoria che si basa sulle organizzazioni di tipo logico

•  La memoria che si basa su associazioni di qualunque tipo, utilizzate dalla mnemotecniche

Per avere ulteriori info sulle tecniche di memoria…

informati o guarda il video su questo sito

www.formazionepersonale.it

L’anno appena trascorso è stato l’anno dedicato alla creatività, riportiamo qui di seguito alcuni aspetti tecnici riportati dagli ultimi studi fatti su questa “dote” per capire anche i riflessi importanti e decisivi che questo sviluppo mentale può avere nel sociale.

Nel campo della neuropsicologia l’aspetto propriamente individuale della creatività viene studiata con i metodi tipici dello studio delle funzioni cerebrali (come memoria, linguaggio, attenzione) che si basano sul confronto dell’espressione di diverse capacità neuro-motorie in relazione a tre circostanze :

  1. fasi dello sviluppo
  2. esito di lesioni selettive
  3. livello di eccellenza nello svolgimento di quella determinata funzione

Questi metodi hanno significato il prevalere dell’ottica riduzionista (le facoltà hanno sede nel cervello) che ha contribuito a notevoli successi quantitativi grazie anche alle recenti tecniche di imaging del cervello in attività.

L’ambito individuale dello studio della creatività si concentra quindi sulle capacità dell’atto creativo addebitabili a differenze individuali e che possano essere quindi affinate tramite una pratica e un insegnamento.

Le teorie correnti per una neuropsicologia della creatività si basano in parte sul modello dell’information processing di Lindsay & Norman (1977).

Sarnoff Mednick pose l’accento sull’aspetto ricombinatorio: il cervello contiene informazioni memorizzate in forma discreta mentre appositi stati mentali potrebbero favorire associazioni nuove tra gli elementi esistenti. Per esempio chi pensa per immagini potrebbe notare elementi figurativi comuni in due esperienze che sono trascurati da chi pensa per parole. Mednick partiva da un interesse clinico nella schizofrenia ed era portato ad utilizzare moderne tecniche di indagine neuropsicologica.

Negli anni ‘60 e ‘70 Eugen Bleuler studiando la dementia praecox ne sottolineò quattro aspetti particolari:

  1. Allentamento delle associazioni mentali
  2. Anaffettività
  3. Ambivalenza
  4. Autismo

L’ipotesi naturale dopo Bleuler fu che la tendenza a formulare associazioni inusuali fosse alla base di questo disturbo, che egli battezzò schizofrenia.

Da altri era stato concluso che una tendenza alla iperinclusività degli elementi, sino alla produzione di collegamenti improbabili, era riportata anche in studi psicometrici condotti su individui creativi. Si poteva immaginare che uno stile pensiero schizofrenico senza l’angoscia e la destrutturazione della patologia corrispondente potesse essere alla base dell’atto creativo.

JL Karlsson nel 1978, nel suo Inheritance of creative intelligence (Nelson-Hall, Chicago, 1978), rilevò in Islanda una maggiore frequenza di alcune psicopatologie tra quanti venivano citati nel WHO’s WHO, a causa della loro creatività rispetto agli altri menzionati.

Albert Rothenberg fece in seguito riferimento alla presenza di un pensiero allusivo nei soggetti creativi capace di cogliere associazioni remote e infrequenti senza sentirsi disturbati dalla loro stranezza.

Sebbene si sia ipotizzato che a fronte di maggiori stimoli il creativo disponga di una maggiore fluidità o velocità di pensiero, niente in tal proposito è stato dimostrato. Molto più condiviso dai ricercatori è l’elemento della disinibizione nelle associazioni. Questa di pari passo espone il soggetto a varie forme di psicopatologia

L’idea di creatività come atteggiamento mentale proprio (ma non esclusivo) degli esseri umani nasce nel Novecento. I primi studi sul fenomeno risalgono agli anni ‘20. Mentre in alcuni campi – la matematica, per esempio – la creatività sembra svilupparsi meglio in giovane età, in altri – letteratura, musica, arti figurative – continua per tutto l’arco della vita.

L’atto del creare è stato a lungo percepito come attributo esclusivo della divinità: Catullo, Dante, Leonardo, infatti, non avrebbero mai definito sé stessi dei creativi. Propri dell’uomo erano invenzione, genio e, dal 1700, progresso e innovazione. La parola creatività entra nel lessico italiano solo negli anni ‘50.

Gli antichi greci identificavano la creatività con la capacità poetica, e lo stesso fece Ralph Waldo Emerson, il più celebre filosofo della creatività, nel suo saggio “Il poeta”.

Tra le moltissime definizioni di creatività che sono state coniate si segnala per semplicità e precisione quella fornita dal matematico Henri Poincaré: “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”.

  • Le categorie di “nuovo” e “utile” radicano l’attività creativa nella società e nella storia. Il “nuovo” è relativo al periodo storico in cui viene concepito; l’”utile” è connesso con la comprensione e il riconoscimento sociale. Nuovo e utile illustrano adeguatamente l’essenza dell’atto creativo: un superamento delle regole esistenti (il nuovo) che istituisca una ulteriore regola condivisa (l’utile). Si individuano anche le due dimensioni del processo creativo che unisce disordine e ordine, paradosso e metodo.
  • Infine, le categorie di nuovo e utile ampliano la sfera delle attività creative a tutto l’agire umano a cui sia riconosciuta un’utilità economica – estetica o etica – e che sviluppi uno dei tre possibili gradi di novità: applicazione nuova di una “regola” esistente, estensione di una regola esistente a un campo nuovo, istituzione di una regola del tutto nuova.

Poiché si fonda sulla profonda conoscenza delle regole da superare, la creatività non può svilupparsi in assenza di competenze preliminari. Caratteristiche della personalità creativa sono curiosità, bisogno d’ordine e di successo (ma non inteso in termini economici), indipendenza, spirito critico, insoddisfazione, autodisciplina.

La creatività è espressione tipicamente umana perché si fonda anche sul possesso di un linguaggio a volte astratto (fatto però di parole, numeri, note musicali) e atto a compiere discriminazioni sottili. Ma non è espressione esclusivamente umana. Molte specie di mammiferi, in particolare i Primati, ed alcune specie di uccelli hanno intuizioni creative riuscendo anche a trasmettere soluzioni altrettanto creative alla prole.

Il 2009 è stato l’Anno Europeo della Creatività e Innovazione (European Year of Creativity and Innovation – EYCI). L’obiettivo è “accrescere la consapevolezza dell’importanza della creatività e dell’innovazione in quanto competenze chiave per lo sviluppo personale, sociale ed economico”.