Archive for the ‘FORMAZIONE’ Category

Continuiamo il post precedente su “come usare la voce per comunicare?“…

La nostra capacità di modificare il tono ed il ritmo della voce ci consente di creare stati emozionali diversi negli altri; quando parliamo con qualcuno la nostra tonalità, così come il colore, ha effetti sul nostro interlocutore perfino a livello corporeo. Imparando quindi a controllare il tono, il volume e la velocità della nostra voce, così come sanno ben fare gli attori, possiamo coinvolgere chi ci ascolta pervadendolo e non annoiandolo. La nostra capacità di raccontare con voce emotiva fa star meglio chi ci sta di fronte, ad esempio se parliamo ad un ritmo veloce non potremo mai far rilassare la persona chi ci ascolta, potremo però riuscire a coinvolgerla e motivarla. Dipende da quello che si vuole ottenere.

Adattarsi al ritmo di chi ci parla è fondamentale e ci consente di entrare in “empatia”. Non intendo dire che dobbiamo adattarci alla eventuale “cantilena” del nostro interlocutore modificando il nostro tono, timbro e volume, questo mai, intendo semplicemente rallentare o accelerare, a seconda dei casi, il nostro ritmo vocale.

Invece le variazioni di tono e volume consentono di enfatizzare gli argomenti che stiamo trattando, dando maggior risalto ad alcuni e minimizzandone altri. Ogni tono trasmette una determinata sensazione che noi possiamo usare per ancorare i nostri concetti nella mente degli altri. Ad esempio comunicare in modo “esitante” qualche cosa, creerà una sensazione di “esitazione” linkata all’argomento attraverso un “ancoraggio verbale“. E’ possibile fare una pausa intenzionale dopo aver espresso un concetto importante, questo da enfasi e consente la memorizzazione di un “evento significativo” nella mente di chi ci ascolta. Usando un’inflessione ascendente la nostra frase agisce sul cervello di chi ci ascolta, come una domanda. Usando un’inflessione discendente agisce come un ordine. Con l’inflessione neutra la nostra frase suonerà come un’affermazione.

Il segreto su come usare la voce? Impersonare le nostre storie. Raccontiamole come le racconteremmo ai nostri figli, ricche di dettagli, atmosfere, suoni, immagini, colori e… lasciamoci andare alle emozioni

Opportunità

Esercizio per la voce

Hai certamente un sistema per registrare la tua voce no? E sicuramente un lettore mp3 per riascoltarti, quindi non perdere l’occasione per fare questo esercizio.

Esercitati a parlare con la voce esprimendo questi stati d’animo:

felice, triste, stanco, energico, eccitato, curioso, appassionato, gioioso, concentrato, interessato.

Poi fai ascoltare la tua voce a qualche amico sincero ed insieme fate una valutazione. Perché con un amico? Perché da soli, le prime volte almeno, sarete poco, molto poco obiettivi…

Presto torneremo sull’argomento “come usare la voce”…

Oggi parliamo dell’influenza dei pensieri.

Fermatevi un momento a pensare ai danni che può provocare il pensiero quando non è controllato: guai a se stessi e agli altri, proporzionati alla potenza con cui furono emanati. Si pensi al vuoto interiore di quelli che si abbandonano alle fantasticherie inutili. Essi fuggono dalla realtà in cui vivono, ma quando ricadono necessariamente in essa, si ritrovano come estranei e in contrasto col tutto.

Peggio avviene agli sciagurati che se ne servono per danneggiare gli altri deliberatamente pensando di essi cose negative. Se sapessero il male che fanno a se stessi, poiché l’energia di un pensiero ritorna al punto da cui è partita, si guarderebbero bene dal farlo. Ma, purtroppo, sono ignoranti di questo fatto e pensano che con il pensiero sia impossibile fare del male a qualcuno e specialmente a se stessi.

L’ideale sarebbe applicare in modo corretto qualche tecnica di rilassamento e qualche tecnica di concentrazione.

Quando l’uomo pensa cose non buone nei confronti di altri, anche se a parer suo se lo meritano, si carica di un insieme di energie negative che dovrà, poi, amaramente esaurire.

Considerata la grande pericolosità dei pensieri negativi, bisognerebbe che ognuno di noi si preoccupasse di controllare il proprio pensiero come si fa per tutte le cose dannose. I pensieri, infatti, producono effetti anche all’insaputa di chi li formula che poi si lamenta per i danni che essi gli arrecano.

L’odio, la vendetta e l’invidia, sono dei veleni terribili che uccidono fatalmente ciò che è buono in noi, peggio dell’arsenico che uccide il nostro corpo.

Chi conserva per anni pensieri di odio, di invidia, di vendetta verso altri, li mette in condizione di essere ostili nei confronti di stesso. Ciò che rende l’esistenza umana pesante e travagliata è l’uso errato del pensiero che porta a subire conseguenze dolorose. Nessuno può conservare a lungo pensieri e sentimenti negativi senza nuocere a se stesso.

State attenti all’influenza dei pensieri su voi stessi!

Parliamo di concentrazione (vedi tecnica di concentrazione).

Analizzare il comportamento della propria mente è certamente uno dei compiti più complessi che l’uomo possa affrontare. Diversamente dall’indagine scientifica, fatta su un oggetto esterno, che può essere sempre condotta con un certo rigore, l’analisi della propria mente, portata avanti con l’ausilio della stessa mente, crea una serie di problematiche. L’osservatore e l’osservato non occupano più due posizioni spazialmente separate ma coesistono sia nel tempo che nello spazio, ciò, ovviamente, non permette quella obiettività di osservazione che sarebbe altamente auspicabile.

Per questi motivi, da millenni vi sono stati uomini che hanno pensato, parlato e scritto sul modo in cui essi interpretavano i processi mentali. Di certo il più antico trattato sull’argomento è la Bhagavad Gita (1), fu compilata in India e tratta di fatti risalenti al periodo anteriore di mille anni alla nascita di Gesù Cristo. In questo trattato si racconta di una battaglia, dei protagonisti e delle varie problematiche che essi incontrano. La battaglia, però, non è condotta verso nemici esterni ma verso quelli Errore. L’origine riferimento non è stata trovata. (vizi, passioni, desideri, ecc.), che ostacolano ed a volte impediscono una normale evoluzione della natura umana.

La Baghavad Gita inizia così: “La mente cieca disse, o chiese a sé stessa in introspezione: I miei figli, le cattive, seducenti tendenze mentali e dei sensi, opposte alle pure tendenze mentali discriminative, radunatesi nella sacra pianura del campo di battaglia della Vita, desiderosi di darsi battaglia psicologica o morale, che cosa fecero?”.

Appare chiaro come la materia trattata sia non soltanto di ordine psicologico, ma anche morale e spirituale e come, per gli Indù, i processi mentali rivestano da millenni un indubbio interesse. Si pensi che la mente comune, ovvero non educata, viene da loro definita come “la scimmia pazza che ci governa”.

La mente, a tutti gli effetti, è soltanto uno strumento che l’uomo dovrebbe poter usare a sua discrezione, con l’adozione dei pensieri voluti e la rimozione di quelli non desiderati. Spesso, invece, i pensieri trovano la loro origine nei meccanismi mentali relativi al recupero dei ricordi, alla associazione delle idee ed ai riflessi condizionati. Questi meccanismi sono talvolta così potenti da costringere l’uomo a deviare dai pensieri che stava intrattenendo a favore di quelli portati in superficie dai processi accennati. A causa di questi fenomeni l’uomo stesso diviene strumentalizzato dalla sua mente e, consapevolmente o meno, si ritrova a seguire delle linee di pensiero, e d’azione, che non sempre gli sono congeniali.

Continueremo a parlare di concentrazione e rilassamento prossimamente…

Continuiamo il post di ieri “Leonardo da Vinci e la corporalità” parlando del benessere.

“La morte ne’ vecchi sanza febre si causa dalle vene che [...] s’ingrossan tanto di pelle ch’elle si richiudono e non danno più transito al sangue che li nutrica.”

Nei suoi appunti di anatomia osservò che l’arteriosclerosi provoca l’accelerazione dell’invecchiamento ed è causata dalla mancanza di esercizio. Da vegetariano e cuoco provetto quale era, riteneva che una dieta ragionata fosse la via alla salute e al benessere. Coltivò anche l’equilibrio nell’uso della parte destra e sinistra del corpo dipingendo, disegnando e scrivendo con entrambe le mani. Psicofisicamente, era ambidestro.

Leonardo sosteneva che l’uomo dovesse assumersi la responsabilità della propria salute e del proprio benessere. Riconobbe gli effetti dei comportamenti e delle emozioni sulla fisiologia (anticipando la disciplina della psiconeuroimmunologia) e raccomandò di stare lontani dai medici e dai medicinali. Aveva una visione olistica della medicina. Definì la malattia come “discordanza d’elementi infusi nel vitale corpo” e la cura “ripareggiamento de’ disequali elementi”.

“Ingegnioti di conservare la sanità” scrisse Leonardo da Vinci, e offrì questi particolari consigli per rimanere in salute:

- “Guardati dall’ira e fuggi l’aria grieve.”

- “E ‘l capo posa, e tien mente lieta.”

- “Sta coperto ben di notte.”

- “Se fai esercizio sia di piccol moto.”

- “Fuggi lussuria e attieniti alla dieta.”

- “No magiar senza voglia e cena leve.”

- “Su dritto sta, quando da mensa levi.”

- “Col ventre resupino e col capo depresso non star.”

- “E ‘l vino sia temprato, poco e spesso, non fuor di pasto, né a stomaco vuoto.”

- “Quel che in te ricieve sia di semplice forma.”

- “Mastica bene.”

- “Non aspettar né indugiar il cesso.”

Avremo modo di parlare nuovamente di Leonardo da Vinci, del benessere, del memorizzare velocemente e il ruolo della creatività e molto altro

Oggi voglio parlare di Leonardo da Vinci e dei corpi dei geni.

Che idea vi siete fatti del corpo di un genio?

Siete cresciuti anche voi, come me, con lo stereotipo di un secchione cervellotico, ossuto e “quattr’occhi”?

Moltissimi incredibilmente associano l’intelligenza acuta alla debolezza fisica. Con poche eccezioni, i grandi geni della storia erano dotati di grandi energie e capacità fisiche, e nessuno tanto quanto Leonardo da Vinci.

In lui virtù fisiche straordinarie si integravano con i pregi intellettuali e artistici. Leonardo ebbe molto da dire sulle mnemotecniche e la loro storia, spiegando tante cose sul memorizzare velocemente e il ruolo della creatività, parlando anche della mappa mentale.

Il Vasari ne magnifica “la bellezza del corpo, non lodata mai a bastanza” e “la grazia più che infinita in qualunque sua azzione”. Tra i cittadini di Firenze Leonardo era rinomato per il portamento, l’eleganza, le doti atletiche. Leonardo da Vinci era un cavaliere abilissimo, e la sua forza era leggendaria: i testimoni raccontano che fermava i cavalli al galoppo veloce afferrandone le redini e piegava i ferri di cavallo e i batacchi delle porte a mani nude!

“Egli con le forze sue riteneva ogni violenta furia” scrive il Vasari “e con la destra torceva un ferro di una campanella di muraglia et un ferro di cavallo, come s’e’ fusse piombo”, e ancora: “La forza in lui fu molta e congiunta con la destrezza”.

Molti studiosi hanno supposto che la passione di Leonardo per l’anatomia derivasse dalla consapevolezza del suo fisico eccezionale. In Leonardo da Vinci, the Anatomist, Kenneth Keele lo definisce “una mutazione genetica unica” e fa notare che “il suo approccio all’anatomia del corpo umano fu influenzato in maniera significativa dalle sue notevoli doti fisiche”. Camminare, cavalcare, nuotare e tirare di scherma erano tra gli esercizi fisici regolari preferiti dal maestro.

Continueremo l’argomento “Leonardo da Vinci e la corporalità” nel prossimo post…

Continuiamo a parlare della mente umana

Anteriormente al 1878, anno della nascita della psicologia scientifica contemporanea, la psicologia metafisica, detta anche psicologia razionale, aveva per oggetto specifico la speculazione filosofica sul concetto di anima, intesa anche come mente, come psiche.
In effetti, la psicologia razionale affonda le sue radici fino alla ricerca socratica sul problema della coscienza.

Nel 1878 Guglielmo Wundt, a Lipsia, istituì un laboratorio di psicologia sperimentale: nacque così la Psicologia Scientifica Contemporanea (P.S.C.), il cui nuovo, rivoluzionario orientamento è facilmente intuibile dall’efficace termine coniato da F.A. Lange, che parlò di una “psicologia senza l’anima”.

La Psicologia Scientifica Contemporanea (P.S.C.) diventa tale quando si relaziona alla fisiologia. La P.S.C di Wundt era infatti ad indirizzo psico-fisiologico, perchè si serviva degli studi neuro-fisiologici del tempo: ad esempio, era interessata al fatto che la reazione fisiologica dell’emozione fosse stata attribuita alla regione ipotalamica del cervello. D’altronde, i maggiori fondatori della P.S.C. avevano un’istruzione fisiologica e medica.
Inizialmente, la metodologia della P.S.C era sperimentale, cioè le ipotesi formulate per poter diventare leggi generali dovevano essere verificate e confermate in laboratorio.
In seguito, per la necessità di studiare gli individui nel loro ambiente naturale e sociale, si ebbe in seno alla P.S.C. un gruppo di psicologi che adottarono una metodologia detta clinica, basata sulla realizzazione di esperienze, condotte anche fuori da un laboratorio, che tenessero conto di tutte le variabili ambientali e individuali.

Continueremo a parlare della mente umana prossimamente…