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Continuiamo il post precedente “incomprensioni. I sistemi rappresentazionali“.

Oltre a scene del genere, i cui litigi possono suscitare ilarità, ci sono casi in cui il non capirsi può generare conseguenze più forti, ad esempio giudicare il nostro interlocutore in modo poco carini.. Facciamo degli esempi. Una persona prevalentemente visiva sta per comunicare  o confidare qualcosa di molto importante ad un interlocutore prevalentemente auditivo. Nella comunicazione a tu per tu, il visivo guarderà il suo interlocutore negli occhi, come se l’informazione da trasmettere dovesse raggiungere gli occhi stessi della persona davanti.

L’auditivo, invece, nella comunicazione prediligerà le orecchie, come parte del corpo più importante in quel momento, poiché finalizzata all’ascolto. Il nostro interlocutore auditivo, ruoterà il viso, in modo da porgere il suo orecchio stesso a colui che s’accinge a parlare. Porgerà l’orecchio con la buona intenzione di facilitare l’ascolto, e mostrare al suo amico quella parte del corpo che in quel momento è, secondo lui fondamentale.

Il visivo, invece vedrà una scena nella quale il suo interlocutore gli distoglie lo sguardo dagli occhi, e che addirittura ruota la faccia.  Molto probabilmente l’uno giudicherà l’altro come un menefreghista che non vuole ascoltare, mentre il secondo giudicherà il primo come una persona che non capisce la sua buona disposizione all’ascolto. Scena molto simile nella conversazione tra una persona estremamente visiva ed una estremamente cinestesica. Il visivo guarderà negli occhi, e si vedrà abbandonato dall’interlocutore cinestesico, che per ascoltare e dialogare ha bisogno di connettersi con le proprie emozioni, quindi abbasserà lo sguardo, rivolgendolo al cuore.

Possiamo facilmente rilevare, come incomprensioni del genere non siano affatto irrisolvibili. Il solo conoscere queste dinamiche, sostituisce il primo passo per mettersi nei panni dell’altro, per facilitare la nostra comunicazione, e migliorare così, la qualità della vita.

Presto torneremo a parlare delle “incomprensioni e sistemi rappresentazionali”…

Parliamo oggi dei sistemi rappresentazionali e delle incomprensioni.

Vi è capitato almeno una volta, nel conoscere una persona, di ritenerla “simpatica a pelle”? oppure, di pensare “Non mi ha fatto niente, ma mi sta proprio antipatico”? vi sarete sicuramente chiesti come mai una persona appena conosciuta può suscitare in noi simpatie o antipatie a primo acchito (vedi come comunicare con empatia). Contrariamente al principio della fisica secondo il quale gli opposti si attraggono, nella comunicazione, ad attrarsi sono i simili. Entriamo infatti in sintonia con chi è più simile a noi nel modo di percepire la realtà. Ogni persona percepisce, filtra la realtà esterna in modo diverso. Uno dei primi filtri che applichiamo nella percezione dei dati esterni è di tipo sensoriale. I nostri sistemi rappresentazionali sono dei canali d’ingresso sensoriali attraverso i quali intrioiettiamo i messaggi provenienti dall’esterno, decodificandoli in percezioni assolutamente personali e uniche. I sistemi rappresentazionali sono tre: visivo, auditivo, cinestesico. Il sistema visivo è il filtro mentale che nell’atto della percezione dà maggiore rilevanza alle immagini; l’auditivo dà maggiore rilevanza ai suoni, il cinestesico, infine, alle sensazioni ed alle emozioni. ogni persona dispone ovviamente di tutti e tre i sistemi rappresentazionali, di cui uno più sviluppato rispetto agli altri.

Se incontriamo una persona col nostro stesso sistema rappresentazionale preferenziale, molto probabilmente, penseremo che finalmente abbiamo incontrato qualcuno che ci capisce,qualcuno di simile a noi. Egli infatti utilizzerà delle espressioni verbali, un tono di voce, una gestualità e un tipo di postura simili al nostro, in sintonia, in contatto col nostro stesso modo di vedere. Al contrario, due persone con diverso canale preferenziale, possono anche arrivare a litigare sostenendo la stessa opinione, ma esprimendosi in modi diversi.

Il corso di Programmazione Neuro Linguistica – PNL - serve proprio ad acquisire strategie necessarie e fondamentali per affrontare queste incomprensioni. (Vedi seminario CIAO PNL)

Molti litigi, molte incomprensioni si basano proprio sul non accordarsi, sul percepire la stessa realtà in maniera diametralmente opposta, senza cercare di capire qual è il sistema preferenziale del nostro interlocutore. Facciamo alcuni esempi. Immaginiamo di trovarci in un negozio d’abbigliamento ed assistere ad una discussione tra una cliente visiva ed una commessa cinestesica. La cliente appena uscita dal camerino, si dirigerà immediatamente verso lo specchio, e nel guardarsi pronuncerà espressioni come “mi calza a pennello. che bel colore, è proprio il colore che fa per me, la forma dell’abito esalta le mie forme” La commessa cinestesica le dirà “E tra l’altro la invito a sentire la morbidezza della stoffa, la freschezza del tessuto, adatto ad ogni tipo di temperatura, la comodità nell’indossarlo, le sembra cucito addosso, senta, senta che stoffa!” e la cliente “beh, veramente guardavo le forme e i colori” “ma io invece le ripeto che questa è proprio la stoffa che fa per lei, senta come è comoda, come fa a non sentirne la morbidezza” E molto probabilmente vedremo la cliente uscire dal negozio a mani vuote, non perché non le piacesse l’abito, ma semplicemente perché non si è sentita compresa, perché guardava la realtà con occhi diversi.

Continueremo il post “incomprensioni e sistemi rappresentazionali” nel prossimo post…

Continuiamo il post di ieri “genio e follia“…

Stavamo dicendo che attraverso le analisi della schizofrenia gli studi di Jaspers vogliono capire perché, nelle loro espressioni più alte, arte e follia coincidono, perché accadono insieme. Nelle personalità artistiche di questo tipo il talento preesiste alla malattia, sebbene non abbia la stessa potenza, e la schizofrenia non è creativa in sé, ma ne è la causa possibile perché si aprano queste profondità. La schizofrenia ,infatti, non può essere creativa senza una completa padronanza artistica che l’artista ha acquisito in numerosi anni di lavoro; e la follia non porterà ad esso niente di “assolutamente” nuovo, ma sosterrà le forze già esistenti. La coincidenza tra l’avanzamento di stadio della malattia, il cambiamento del tipo di vita e delle forme di produzione artistica e mutamento dello stile , rende molto verosimile l’ipotesi che la schizofrenia rappresenti per alcuni grandi artisti ,che potremmo definire geniali, una condizione per la produzione delle loro opere. La schizofrenia è un mondo a sé in cui “ogni comprensione –afferma Jaspers –si deve basare sulla cronologia”. La cronologia della vita e delle opere degli artisti che Jaspers analizza, risulta quindi fondamentale per la conoscenza della malattia, e ci permette di identificare negli artisti stessi,alcune analogie. In particolare analogie nello sviluppo che vedono gli artisti caratterizzati ,in uno stadio preliminare, dall’eccitazione per una certa visione del mondo e successivamente dalla nascita di crisi acute che si ripeteranno a distanze ravvicinate.. (vedi genio e follia).

Analizzando l’evoluzione della creatività e della produzione dell’artista in relazione alla malattia, Jasper rileva che nei primi anni non si verifica mai una decadenza vera e propria, e la creatività intellettuale rimane intatta. In questo periodo vengono liberate forze che prima erano inibite. La malattia abolisce quest’inibizione: l’inconscio si fa strada e la restrizione culturale non regge più. Negli ultimi anni, invece, le opere crescono in una tempesta psichica che porta alla disgregazione. La produttività di questi anni non è stimolata esclusivamente dall’eccitazione nervosa ma anche da forze nuove né sane né malate, quasi spirituali, che prosperano nel terreno della malattia. Nell’ ultimo stadio, infine, le capacità creative, solitamente, si esauriscono.

I cambiamenti di stile dei geni “malati” sono duraturi e non di creazioni uniche. Secondo Jasper, possiamo comparare la schizofrenia ad alcuni processi psicotici e cerebrali: processi attraverso i quali il genio “malato” forgia nuovi mondi nei quali, a differenza dei geni “sani”, vi si distrugge.

Ritorneremo presto a parlare di “genio e follia”!!

Continuiamo il post di ieri “genio e follia“Anche in questo caso il nostro punto di partenza sarà il considerare la follia come distorsione della realtà sensoriale, come espressione di una mente divisa, come espressione di un pensiero che trascende il dato. .   Alcuni artisti, attraverso la malattia, il sacrificio, la sofferenza, segnalano la condizione della vita umana come assenza di protezione, da cui noi ci difendiamo non oltrepassando il recinto chiuso della nostra ragione, che abbiamo inventato come rimedio all’angoscia. Sia la malattia mentale che la sofferenza sono in grado di alimentare la creatività dell’artista. Il mondo che nasce da queste particolari forme di energia è un mondo caotico, “irrazionale” dove regna sovrana la creatività artistica

Karl Jaspers, filosofo e psichiatra tedesco, analizzò in un saggio del 1922 “Genio e follia” il rapporto esistente tra la schizofrenia e la genialità. “Le ricerche scientifiche –scrive Jaspers- diventano filosofiche quando si sospingono coscientemente fino ai limiti e alle origini della nostra esistenza”. La psichiatria consentiva un’analisi medica della malattia e una comparazione dettagliata tra i vari soggetti esaminati, La filosofia, scrutando e abitando la profondità dell’animo umano, ne conosce l’insondabilità  Psichiatria e filosofia trovano, in Jaspers, il loro accordo attorno ad una sola parola: “schizofrenia[1]” , la mente (phren) scissa (schizo) in due mondi, la dimensione frantumata dell’essere che, inaccessibile nella sua originaria unità, si concede all’uomo solo come lacerazione, come divisione. Attraverso l’analisi della schizofrenia gli studi di Jaspers vogliono capire perché, nelle loro espressioni più alte, arte e follia coincidono, perché accadono insieme.

Continueremo con l’argomento “genio e follia” nel prossimo post…

Parliamo oggi del “genio” e della follia…

“Gli uomini mi hanno definito pazzo, ma non è ancora ben chiaro se la pazzia sia o non sia la più alta forma di intelligenza e se le manifestazioni più meravigliose e più profonde dell’ingegno umano non nascano da una deformazione morbosa del pensiero, da aspetti mentali esaltati a spese dell’intelletto normale.”

Edgar Allan Poe

Bisogna cercare di capire, lavorando di fantasia, e dimenticare quel che si sa, in modo che l’immaginazione possa vagabondare libera, correndo lontana dentro le cose”.

Alessandro Baricco

Qual è il nesso tra genio e follia, e fino a che punto essi coesistono nella mente di alcuni grandi artisti?

È innanzitutto necessario volgere lo sguardo su cosa s’intende per follia. Essa è

comunemente conosciuta in due accezioni: come il contrario della ragione e come ciò che precede la stessa distinzione tra ragione e follia.

Prima ancora che malattia mentale, possiamo dunque intendere la follia come un trascendere le rigide regole dell’intelletto e della ragione umana, come un ascolto della voce irrazionale e caotica dell’inconscio, come un atteggiamento che esorbita dalla realtà filtrata dai cinque sensi. Lo spirito creativo di un artista è in grado di conoscere e sperimentare questa follia. Essa non chiude le porte all’abisso del caos e dell’irrazionalità, ma lo accoglie, perché sa che è da quel mondo che provengono le intuizioni, che successivamente la ragione codifica e riordina in maniera non enigmatica. Questa “sana follia” è dunque un trascendere la rigidità del mondo visibile per lasciar spazio all’irrazionalità dell’inconscio, fonte d’intuizioni geniali.

Molti artisti si sono fatti testimoni di questa “follia”, conducendola, attraverso le loro opere, alle sue espressioni più alte.

Fino a che punto, la follia intesa invece come malattia mentale, può essere considerata fonte di intuizioni geniali, d’ ispirazione per la creazione artistica?

Continueremo il post “genio e follia” nel prossimo numero… (vedi sviluppo della creatività)

Parliamo oggi del linguaggio del corpo.

Alcune persone conoscono più di una lingua, altre soltanto la propria lingua d’origine. In realtà, senza nessun corso di laurea, senza essere poliglotti, senza conoscere altri idiomi, ogni persona sulla faccia della terra è in grado di comunicare almeno in tre lingue: oltre al linguaggio parlato, quindi verbale, la comunicazione tocca altri due livelli, il paraverbale e il non verbale. Essi abbracciano tutto ciò che riguarda il tono di voce, il ritmo, l’inflessione, i gesti, la postura, gli sguardi.


Tutto ciò può essere definito CNV, ovvero comunicazione non verbale. Essa include sia il paraverbale che il non verbale. La cosa straordinaria è che con le parole possiamo mentire, ma con il corpo no. Il nostro corpo comunica più di mille parole e non mente mai. Molti segnali inviati dal corpo sono molto più efficaci di espressioni vocali, perché giungono direttamente alla nostra parte inconscia. Per questo, i segnali del corpo sono chiamati subliminali, poiché sono capaci di “dribblare”, di sorvolare la razionalità e giungere direttamente al cervello.


Saper interpretare il linguaggio del corpo migliora la qualità della vita e le interazioni con le persone. Possiamo ad esempio capire se il nostro interlocutore prova imbarazzo o disagio in una conversazione, anche se le sue parole sono accondiscendenti o tranquille. Possiamo ad esempio capire se il nostro partner esprime sincerità, se è felice di una nostra proposta o se gradisce il pranzo dei suoceri, dal solo linguaggio del corpo. Si possono ancora inviare segnali ad una persona per far capire che non abbiamo intenzione di continuare una conversazione, per prendere il turno in una conversazione, per invitare una persona ad alzarsi ed andare via, per creare volontariamente tensione o tranquillità. Il tutto senza parola alcuna, oppure accompagnando le parole con i gesti, la postura. e lo sguardo.
La cinesica riguarda i movimenti prodotti da una parte del corpo: gli esempi di cinesica più noti sono i “gesti”, ma appartegono a questa classe anche i movimenti del collo, del tronco, del naso,, della bocca, dei piedi,delle gambe, degli occhi.

Emettiamo ogni giorno tali segnali, perché essi partono dall’inconscio del locutore e colpiscono l’inconscio dell’interlocutore. Sono quindi il più delle volte involontari. Vediamo quindi come gesti; espressioni facciali; movimenti delle gambe, del tronco, del bacino, della testa e degli occhi, rivelano emozioni e sono più forti dell l’interazione verbale. Quest’ultima è resa molto più efficace se accompagnata da gesti ed inflessioni della voce, che variano nel susseguirsi della conversazione.
Alcunii comportamenti cinesici hanno infatti la funzione di regolare il flusso della conversazione; indicano al locutore di ampliare quanto dice, di cambiare discorso, di ripetere un concetto, di affrettarsi, di passare la parola, ecc. Buona parte dei movimenti cinesici sono involontari e legati all’emozione che si prova al momento; altri accompagnano il discorso, lo sostituiscono, lo completano.

Ad esempio, l’interlocutore può annuire e in questo modo dà dimostrazione al parlante di essere seguito. Se fa lo stesso gesto (quello di annuire) velocemente e ripetutamente é come se gli dicesse ” muoviti che voglio prendere il mio turno di conversazione “. Spesso in questo caso, per limare l’effetto della sollecitazione ad affrettarsi, l’ascoltatore fa spesso contemporaneamente un sorriso.

La richiesta di prendere il turno di conversazione può essere indicata anche da altri comportamenti: prendere fiato, guardare in modo prolungato il locutore, schiudere le labbra e produrre suoni vocali, spostare il busto in avanti, sollevare un dito, ecc.