Archive for December, 2010

Nel post precedente abbiamo parlato di cosa sono e di come memorizzare e organizzarsi con le mappe mentali.

Oggi andremo a vedere in quali campi è possibile utilizzare le mappe mentali.

Le mappe mentali possono essere utilizzate:

  • nella sfera personale: la mappa viene impiegata prima per far emergere le idee dell’autore, poi per fissarle e rielaborarle;
  • nel lavoro di gruppo: le informazioni e le idee di diverse persone vengono rappresentate nella medesima mappa,
  • facilitando il confronto;
  • permettendo di accelerare il passaggio dalla fase di elaborazione a quella esecutiva;
  • nella gestione della conoscenza distribuita: le informazioni vengono rappresentate utilizzando degli standard e degli accorgimenti rappresentativi permettendo di avere una visione oggettiva dell’argomento.

Le mappe mentali trovano applicazione in diversi campi come:

  • creatività: generare idee, sia autonomamente che in gruppi di lavoro mediante brainstorming;
  • analisi: rappresentare, valutare e comparare varie idee in fase di problem solving;
  • comunicazione: veicolare le informazioni in modo semplice e intuitivo, enfatizzando i collegamenti logici, facilitando la dialettica e il confronto;
  • organizzazione: strutturare le attività, assegnare i tempi, raccogliere le informazioni necessarie;
  • documentazione: impostare documenti e progettare strutture documentali.

Le mappe mentali possono essere utilizzate infine in ambito didattico:

  • nel cooperative learning e nella creazione di gruppi di lavoro, sia in presenza che a distanza;
  • nella socializzazione della conoscenza;
  • nella progettazione e nella realizzazione di percorsi formativi interdisciplinari;
  • nella valutazione delle competenze acquisite.

Continua…

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Continuiamo l’ultimo post sulla programmzione neuro linguistica e i metaprogrammi…

AFFILIAZIONE:

indica la percezione che un individuo ha in relazione agli altri. Ogni individuo potrà, infatti, essere:

Domande di estrazione:

“Parlami del tuo ambiente di lavoro” “Parlami del tuo gruppo di amici”

“Mi parli della riunione?”

Dalle risposte sarà possibile evincere se il nostro interlocutore è aggregante o disaggregante.

AGGREGANTE

(presta maggiore attenzione al NOI, tende sostanzialmente

a CONDIVIDERE con il gruppo)

Es. Siamo andati tutti assieme in pizzeria, il nostro gruppo è molto unito.

DISAGGREGANTE

(Tende a prestare maggiore attenzione all’”IO”, a se stesso, tende a creare uno spartiacque tra sé ed il resto. Preferisce l’indipendenza)

Es. Sono andato in pizzeria assieme al mio gruppo, io ed il mio gruppo siamo molto uniti.

ATTENZIONE A: identifica l’approccio di ogni individuo agli obiettivi, ossia il modo od il fine che si prefigge per raggiungere un risultato. Pertanto ognuno di noi, a seconda del contesto, potrà prestare attenzione a:

Domande di estrazione:

“Mi parli di un tuo obiettivo?” “Come ti poni di fronte ad un progetto?”

OBIETTIVO

(presta attenzione al raggiungimento dell’obiettivo piuttosto che al “come” tale obiettivo viene raggiunto)

Es. Quando realizzerò questo progetto….

PROCESSO

(presta attenzione a “come” raggiungere l’obiettivo. Ha bisogno di programmare)

Es. Per realizzare questo progetto dovrò necessariamente fare.

Continua nel prossimo post sulla pnl e metaprogrammi

Continuiamo il post di ieri sulle microespressioni facciali su come riconoscere l’emozione della rabbia.

Possiamo riconoscere se la persona che ci sta di fronte sta provando rabbia studiandone la mimica facciale.

I segni caratteristici della rabbia sono:

    1)sopracciglia: sono abbassate e ravvicinate, creano delle rughe verticali tra le sopracciglia;

    2)occhi e palpebre: le palpebre inferiori sono tese, quelle superiori abbassate, gli occhi sembrano fissare in modo duro e penetrante,

    3)bocca: può essere serrata o squadrata quindi aperta.

Mimiche incomplete.

Quando sono attive solo due zone su tre del volto siamo davanti ad una mimica incompleta

  1. Fronte e palpebre attive
  2. Palpebre e bocca attiveIn entrambi I casi siamo di fronte ad una situazione ambigua. Infatti l’attivazione di sole queste due parti può indicare:
  • lieve irritazione;
  • rabbia mascherata;
  • serietà;
  • difficoltà a mettere a fuoco;
  • concentrazione;
  • determinazione.
    Emblemi.

    Se una sola delle parti è attiva, ci troviamo davanti ad un emblema:

  1. Sopracciglia: rabbia controllata, rabbia iniziale, concentrazione, segno di interpunzione. Tale movimento dura meno di un secondo.
  2. Palpebre: lieve irritazione, rabbia mascherata, serietà, difficoltà a mettere a fuoco, determinazione.
  3. Bocca: se serrata indica rabbia controllata, sforzo fisico, lieve irritazione. se squadrata la persona sta urlando ma non di rabbia.

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Nel post di oggi parleremo di come riconoscere l’emozione della rabbia sul volto del nostro interlocutore.

La rabbia è probabilmente l’emozione più pericolosa. Quando ci arrabbiamo corriamo facilmente il rischio di fare volontariamente del male a qualcuno. Quando siamo arrabbiati è facile perdere la testa.

La rabbia più essere alimentata dalla frustrazione per il mancato raggiungimento di un obbiettivo, quando ci sentiamo minacciati fisicamente, quando veniamo feriti psicologicamente, quando qualcuno offende I nostri principi morali oppure può essere causata dalla vista di una persona cara che soffre.

Quando ci arrabbiamo il nostro corpo subisce anche un cambiamento psicologico: aumenta la pressione sanguigna, il viso diventa rosso, le vene della fronte e del collo di ingrossano, il respiro si altera, la postura diventa eretta e ci si protende in avanti.

L’intensità della rabbia puù variara da lieve irritazione a furore.

Possiamo riconoscere l’emozione della rabbia sul volto di chi la prova studiandone la mimica (vedi anche Microespressioni facciali come riconoscerle)

  1. sopracciglia: sono abbassate e ravvicinate, creano delle rughe verticali tra le sopracciglia;
  2. occhi e palpebre: le palpebre inferiori sono tese, quelle superiori abbassate, gli occhi sembrano fissare in modo duro e penetrante,
  3. bocca: può essere serrata o squadrata quindi aperta.

Le espressioni tipiche della rabbia possono anche manifestarsi solo su due delle zone che abbiamo indicato sopra. Siamo di fronte ad una mimica incompleta.

Come per le emozioni che abbiamo visto in precedenza, anche la rabbia può mescolarsi ad altre emozioni come il disgusto o la paura.

Nei prossimi post andremo ad analizzare le mimiche incomplete e gli emblemi che si possono verificare.

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Continuiamo il post di ieri “gli 8 stili delle microespressioni facciali“…

6) Espressione congelata: alcune persone per diversi

motivi hanno sempre disegnata sul volto una specifica

emozione…alla Joker per intenderci ;-) ) Questo può essere

dipeso da 2 fattori…il primo è per motivi fisiognomici (sei

nato così) oppure per incidenti. Mentre la seconda può

dipendere da abitudini a restare con il viso in quella

determinata smorfia (anche questo fattore ha mille

cause diverse).

7) Espressione pronta all’uso: ci sono persone che,

per motivi sociali, rispondono sempre con una certa

espressività. Questa emozione prende il posto di quella

reale, nel senso che quella vera appare subito dopo

questa. Solitamente sono emozioni di sorpresa oppure

di gioia… spesso questa è una emozione imparziale,

cioè solo alcune parti del viso la esprimono.

8) Espressione pervasiva: questa è molto simile alla

“espressione congelata” ma diversamente da questa,

l’espressione pervasiva è davvero una caratteristica del

carattere della persona. Qualunque tipo di emozioni

presenti c’è sempre questa emozione a colorarla. Ti

sembrerà assurdo ma ci sono davvero persone che

mostrano sempre (es.) la gioia…e anche quando sono

tristi sembrano sorridere.

Bene, questi 8 sitili espressivi sono stati osservati da

Ekman e Fiesen durante i loro studi, e la cosa più

interessante è cercare di capire quale stile “sei tu”…

tenendo sempre a mente che potresti avere uno o più

combinazioni di questi stili…ecco la semplice procedura

descritta dai due studiosi: scattati alcune foto mentre

mostri le emozioni di base e poi confrontati allo

specchio.

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La memoria a breve termine (MBT), detta anche memoria primaria o attiva, è quella parte di memoria che ci permette  di conservare informazioni per un periodo breve.

Si parla spesso delle differenze tra Memoria a breve termine e a lungo termine cerchiamo di capire le caratteristiche della prima delle due.

Vediamo un caso di memoria a breve termine: essa consente ad esempio di memorizzare e gestire una quantità d’informazioni chiamata span tra i 5 e i 9 elementi per una durata di 20 secondi circa. E’ il principio del 7+ – 2, secondo il quale il nostro cervello riesce a percepire e memorizzare contemporaneamente da un minimo di 5 ad un massimo di 9 elementi in simultanea.

Le memorie a breve termine sono legate al fatto che un’esperienza viene mantenuta in un circuito fcomposto da vari neuroni e dai loro assoni sotto forma di una leggera attività elettrica che continua a percorrere questo circuito diverse volte finché questa attività non stimoli la formazione di contatti stabili tra cellula e cellula, e in alcuni casi la produzione di sottili prolungamenti che “chiudono il circuito” in una catena di neuroni.

Attualmente, al posto di memoria a breve termine gli psicologi cognitivi preferiscono parlare di “working memory” (WM) o memoria di lavoro, come tentativo di descrivere con più accuratezza  le dinamiche della memoria a breve termine (MBT).  Questo modello, proposto nel 1974 da  Alan Baddeley e Graham Hitch, è tripartito. Prevede un sistema attenzionale, l’esecutivo centrale che supervisiona due sistemi ausiliari: il ciclo fonologico o loop, che mantiene per breve tempo le informazioni uditive e verbali, e il taccuino visuo-spaziale, impegnato invece nellarappresentazione dello spazio. Nel 2000, Baddeley ha aggiunto un ulteriore sistema chiamato Episodic Buffer.

Il modello tripartito di Baddeley ed Hitch venne teorizzato come alternativa a quello dei magazzini a breve termine formulato da Atkinson e Shiffrin. Attualmente l’ipotesi della tripartizione della memoria di lavoro è stata ulteriormente elaborata da Baddeley stesso e da altri co-autori, ed oggi è la teoria dominante. Esistono comunque una varietà di visioni alternative che forniscono differenti prospettive rispetto alla struttura del sistema di MDL.

Il concetto di working memory sviluppa precedenti idee elaborate a partire dagli anni cinquanta dalla psicologia cognitivista, che inizia ad occuparsi di diverse forme di memoria. In particolare la working memory è legata al concetto di memoria a breve termine, intesa come una parte di informazioni che vengono intrattenute temporaneamente dal sistema memoria, con una portata breve. È quindi un sistema per l’immagazzinamento temporaneo e di manipolazione dell’informazione, costituendo un link tra percezione ed azione controllata. L’architettura multicomponenziale del modello costituisce un superamento del vecchio modello dei “magazzini”di Atkinson e Shiffrin, che descrivevano la memoria di lavoro come un magazzino unitario capace di contenere e manipolare le informazioni e allo stesso tempo di esercitare le funzioni cognitive, senza che i compiti interferissero tra loro. E’ grazie a teorie come i livelli di elaborazione (Craik e Lockhart. 1972) e allo sviluppo di tecniche come l’interferenza selettiva, che  nel 1974  Baddeley e Hitch propongono il modello tripartito di working memory, poi perfezionato e integrato negli anni.

Per capire quali strategie consentano di ottimizzare le risorse naturali della nostra memoria, e consentire il passaggio delle informazioni da una memoria a breve termine nel lavoro ad un ricordo più duraturo nel tempo,

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potrai da solo misurarti con te stesso per capire quanto valore in più ha la tua capacità mnemonica.