Archive for May, 2010

Continuiamo a parlare di multitasking.

Nel post precedente abbiamo parlato di “bottom up”. In opposizione a quest’ultimo, ci sono i processi controllati, definiti top down, che sono governati dalla volontà conscia. Sono però seriali (non paralleli) possiamo cioè farne uno alla volta: se stiamo imparando a guidare per esempio, dovremo concentrarci sulle azioni una alla volta, e sicuramente non riusciremmo a chiaccherare con disinvoltura con il vicino, leggere il giornale, truccarci, mangiare!

Quanto tempo ci vuole perché un’azione controllata diventi automatica? Gli studiosi hanno definito che possono occorrere pochi minuti o poche ore per memorizzare una sequenza di azioni, ma perché questa diventi un automatismo, possono passare mesi.

Questo è il motivo per cui, quando per anni appoggiamo un qualcosa al solito posto, non siamo in grado di ritrovarle se distrattamente le abbiamo spostate. Anche se sono pochi metri più in là!

Ma come mai siamo portati a consolidare questi gesti automatici? E’ il nostro cervello che è pigro?

Maurizio Bertollo, ricercatore alla Facoltà di Scienza motorie a Chieti, ci dice che in realtà il nostro cervello (vedi come esercitare il cervello?), come tutti i nostri organi, tende a risparmiare energia e risorse. Seleziona le azioni più efficaci ed efficienti e tende a ripeterle. Queste nel tempo si consolidano fino a diventare automatismi che mettiamo in atto senza nemmeno rendercene conto! E la loro utilità sta nel fatto che ci consentono di non fare grandi sforzi per piccoli compiti e di conservare le energie per momenti di bisogno, e ci permettono di essere più riposati a fine giornata.

Parlando di multitasking vi pongo dunque una domanda: come evitare l’attivazione del “pilota automatico” anche quando non vorremmo?

L’unica soluzione è prestare attenzione a ciò che si fa. In genere lo facciamo solo in situazioni nuove oppure pericolose, ci spiega Mado Proverbio. In questi casi, l’attenzione aumenta. Attiviamo il nostro sistema attenzionale e reticolare e la regione celebrale del cingolo anteriore, che ci permette di correggere gli errori in tempo.

Quando abbiamo poco tempo o siamo troppo concentrati su qualcosa, le nostre azioni diventano automatiche e tralasciamo di fare cose importanti: il compleanno di un amico, la spesa o persino di mettersi le scarpe per uscire di casa al posto delle pantofole (a chi non è mai capitato?).

Si dice che anche il fisico Albert Einstein, mentre meditava sulla teoria della relatività, sia uscito di casa a fare due passi senza pantaloni!

Quindi, i consigli per evitare questi inconvenienti sono:

-          Riposare: almeno 8 ore a notte. Quando siamo stanchi, la nostra attenzione cala.

-          Ridurre i livelli di stress (vedi le tecniche di rilassamento): un eccesso di compiti e di cose da fare non consente al nostro cervello di fare tutto quello che dovremmo. Il trucco è delegare il più possibile ad altri, in questi periodi.

-          I Promemoria: per chi ha fatto il Corso Ciao, basterà usare le tecniche di memoria, per tenere a mente le cose importanti! Ma sono anche funzionali i post-it, l’agenda, un remind nel cellulare, ecc.

-          Trucco infallibile: mettere gli oggetti da ricordarci in vista!

Se vuoi saperne di più su i processi dell’attenzione e della memoria (vedi come funziona la memoria?), vai su formazionepersonale.it!

Iniziamo oggi a parlare del multitasking.

Il 90 per cento delle nostre azioni sfugge a un controllo volontario. Sono tante le volte in cui mettiamo “il pilota automatico”, ma la distrazione può farci sbagliare!

Cosa sono i gesti automatici? Sono quei gesti che facciamo ogni giorno e che sfuggono al nostro controllo cosciente. A chi non è mai capitato di salutare qualcuno sovrappensiero  dicendo “Buongiorno!” alle dieci di sera? O di perdere il cellulare e farlo squillare per risalire a dove lo aveva appoggiato? (vedi dimenticanze. Come potenziare la memoria?)

Ebbene, sembra che tutto questo sia normale: come dicevamo prima, il 90 % delle nostre azioni sono automatiche.

Vediamo perché.

Secondo Alice Mado Proverbio, professore associato di Psicobiologia all’Università di Milano Bicocca, innanzitutto il processo comincia dai 5 sensi.

Tutti i nostri parametri fisiologici e molti gesti, come la respirazione, il battito cardiaco, la masticazione, la postura, la locomozione) sono automatici e regolati in modo non volontario da varie aree celebrali.

Continuando a parlare del multitasking possiamo dire che c’è un’altra grossa parte di automatismi svolta dai cinque sensi: l’elaborazione delle informazioni visive, acustiche, tattili, gustative e olfattive. Noi analizziamo costantemente l’ambiente in modo automatico. Ci sono alcuni comportamenti che, a furia di ripeterli, sono divenuti involontari.

In sostanza, solo una piccola parte delle nostre azioni è davvero controllata!

Tutti i gesti automatici sono definiti processi bottom up, cioè gesti inconsapevoli guidati dai sensi e dalla situazione circostante, non dalla volontà. La loro caratteristica fondamentale è che non c’è interferenza fra uno e l’altro, cioè possiamo svolgerne più di uno contemporaneamente: ed ecco che si parla di multitasking.

Esso è semplicemente la capacità di fare più azioni insieme. Non sarebbe possibile se il nostro cervello non avesse questa capacità di automatizzare alcuni processi. C’è però un limite alle azioni simultanee oltre il quale è facile commettere un errore o entrare in confusione.

Secondo gli esperti, la nostra mentre riesce a gestire all’incirca 126 bit di informazioni al secondo. Saturato questo spazio, si entra nella cosiddetta sensazione appunto di confusione, di cui parliamo nel nostro Corso Ciao Evolution, dato che è un ottimo preambolo all’image streaming (vedi image streaming. Cosa è lo “stream of consciousness) e all’entrata in contatto con la nostra parte più inconsapevole.

Continueremo a parlare del multitasking nel prossimo post.

Questo post è la continuazione di “Paul Ekman. Le emozioni dei bugiardi“, continuiamo a parlare delle FACS di Ekman.

Parliamo ora della voce. Nella voce vi sono alcuni elementi che inseriti in un determinato contesto emozionale possono rivelare alcuni indizi di menzogna. Nelle emozioni di rabbia, paura ed eccitazione, il tono di voce è più acuto del solito e siamo dediti a parlare più forte e rapidi. Si può notare un’alterazione della voce nel senso di colpa e nella tristezza. Per esempio, quando un soggetto che apparentemente sorride rivela alcuni elementi elencati in precedenza, fa sospettare che in realtà fa finta di ridere, l’emozione che prova veramente è un altra.  Anche nel corpo è possibile riscontrare elementi fisiologici che a volte sono indizi di menzogna. Nelle emozioni molto intense è riscontrabile una modificazione del ritmo respiratorio, sudorazione, frequente degluitizione e bocca molto arida.

Il viso rivela ciò che il bugiardo vuol mostrare e ciò che vuole nascondere. I sentimenti nascosti possono essere svelati con le microespressioni (vedi microespressioni facciali. F.A.C.S. Facial Action Coding System). Sono espressioni che si riescono a vedere prima di essere soffocate e le tracce rimangono sul viso perchè è impossibile inibire volontariamente alcuni muscoli del viso. Gli indizi negli occhi sono meno affidabili ma sempre utili. Quando sono bassi o sfuggenti indicano tristezza, vergogna o senso di colpa; quando vi è un ammiccamento è indizio di   forte emozioni; lacrimano quando vi è dolore o tristezza. Vi è un rossore nel viso quando c’è imbarazzo o vergogna. Paul Ekman, parlando della mimica facciale, spiega che dividendo il viso con una linea verticale astratta, i lineamenti del viso sono assimetrici quando si finge un espressione: una parte rivela la vera emozione e l’altra quella finta. L’ espressioni facciali che durano oltre i 5 secondi spesso possono essere false, sicuramente finte se durano oltre i 10 secondi.

Paul Ekman elenca alcuni per pericoli e precauzione che cacciatore di teste deve conoscere per evitare errori:

  • cercare di rendere più esplicita possibile ogni espressione del sospetto mentitore;
  • ricordare sempre i  concetti di falso positivo (credere a un mentitore) e di falso negativo (scambiare un onesto per un mentitore);
  • eliminare dalla propria mente ogni possibile preconcetto;
  • spesso gli indizi di menzogna vengono da sentimenti innocenti;
  • valutare gli indizi di falso con più segnali di più emozioni possibili;
  • considerare se il sospetto mentitore sa di essere tale;
  • conoscenza colpevole;
  • non trarre mai conclusioni definitive circa la sincerità o falsità con i soli indizi comportamentali;
  • errore di Otello: non credere ad un onesto;
  • errore di Brokaw: giudicare una persona di cui si conosce poco i propri comportamenti;

Continueremo a parlare delle FACS di Ekman nei prossimi post.

Il nostro viso è un elemento molto sofisticato rispetto al resto del corpo per quel che riguarda le emozioni facciali (vedi microespressioni facciali. E’ tutto vero?).
Il primo studioso che ha osservato il valore emotivo delle espressioni facciali è stato Charles Darwin, l’autore della teoria dell’evoluzione.

Egli sosteneva che anche le espressioni facciali erano soggette alla selezione naturale durante l’evoluzione dell’uomo. In particolare questa selezione era dovuta allo sviluppo dell’ambiente circostante e quindi alla necessità di poter comunicare stati d’animo interni (felicità, paura, sorpresa….) senza bisogno di parole. Questo ovviamente derivava da un bisogno sociale comune di trasmettere le proprie sensazioni: ad esempio la paura generalmente è un’emozione che annuncia un pericolo, e quindi è utile comunicarla ad altri membri della stessa specie.
Al giorno d’oggi, le osservazioni di Darwin sono state approfondite e sviluppate dallo psicologo americano Paul Ekman.
Ekman (vedi Paul Ekman. Le emozioni dei bugiardi) ha esaminato migliaia di espressioni facciali e ha elaborato un modello scientifico per la loro interpretazione.
Con molta sorpresa lo psicologo ha appreso dalle sue ricerche che le microespressioni facciali sono uguali ovunque.
Probabilmente, si tratta di comportamenti che hanno radici genetiche e quindi non hanno bisogno di essere appresi per manifestarsi.
Grazie agli studi sulle emozioni facciali è stato possibile arrivare ad una descrizione molto dettagliata della decodifica delle nostre emozioni attraverso il volto, accorgendoci che può essere estremamente complessa e raffinata.

Molto spesso ci sono delle espressioni che si manifestano per poche frazioni di secondo sul volto e quindi passano anche inosservate.
In altri casi invece le emozioni possono generare delle espressioni soffocate; in cui, l’atteggiamento della faccia viene frenato e quindi si osserva solo una parte dell’emozione facciale.

Le espressioni facciali derivano da un duplice sistema, quello volontario e quello involontario, ed è anche per questa ragione che spesso sono difficili da decodificare e spesso anche molto equivoche: infatti se i due sistemi lavorano in contemporanea allora siamo capaci di mentire e dire la verità allo stesso tempo.

Le espressioni vere, di solito, è difficile emularle alla perfezione, e nello svilupparsi  attivano il movimento istintivo di alcune regioni muscolari del viso .
Quelle false invece sono volontarie e si usano o per  coprire ciò che si sente realmente oppure per manifestare qualcosa che non si prova in realtà.

In genere, è più facile fingere emozioni positive che negative: la maggioranza della gente ritiene molto complicato imparare a muovere volontariamente i muscoli che sono necessari per fingere in maniera realistica dolore e paura; mentre é più facile assumere l’atteggiamento della rabbia e del disgusto.

Riprenderemo l’argomento delle “emozioni facciali” nei prossimi post. Intanto richiedi informazioni sul primo corso in Italia di microespressioni facciali e mimica facciale.

Dimenticanze? Hai perso le chiavi? Non trovi la password? Capita di non vedere oggetti che sono sotto il naso. Tranelli del cervello che si evitano in vari modi. Vediamo come ringiovanire la memoria e potenziarla!

Spesso è difficile vedere ciò che è davanti a noi. Il sistema visivo non è una macchina fotografica e la parte del mondo che si può vedere è solo una frazione dell’insieme, circa un quarto del totale.

Joseph Hallinan, autore del manuale Il metodo antierrore, ci dice appunto che l’occhio mantiene una risoluzione alta fino ad un angolo di due gradi, che corrisponde alla larghezza del pollice sollevato col braccio esteso. Oltre questo livello, la visone comincia a diventare confusa.

Per migliorare la vista bisognerebbe avere l’occhio riflessivo del giocatore di golf che ha un campo visivo maggiore della norma! Ma esistono molto modi per ampliare il campo visivo.

Per esempio, gli esercizi a cui viene sottoposta la nostra vista durante un corso di Lettura Veloce (vedi come funziona la lettura veloce? Ecco il corso di speed reading). L’occhio deve abituarsi ad abbracciare più parole e frasi in una sola volta, per viaggiare alla velocità di lettura della mente. Perciò esistono proprio degli esercizi che si possono fare per sviluppare un’apertura visiva maggiore!

Per la memoria corta, ci sono varie soluzioni: o ci sia affida ai servizi di assistenza di Banche e siti Web per recuperare la propria password, o si impara a sfruttare a pieno le potenzialità del nostro cervello, per esempio usando le Tecniche di Memoria!

Pensate che secondo un’indagine interna del New York Times, mille lettori alla settimana dimenticano la parola chiave per accedere al sito del giornale. Un pianeta di smemorati che potrebbe contare su delle tecnchie efficaci per memorizzare qualunque informazione, e a volte si lascia prendere dalla pigrizia.

Si dice che gli sciatori di fondo abbiano un’ottima memoria, perché essi memorizzano, per esempio, le sequenze non  come numeri separati, ma come tempi di una gara. Per esempio, il numero 513 può diventare 5 minuti e 13 secondi, un buon tempo sulla distanza di un chilometro e mezzo. Ma per chi non è un fondista, gli consiglio di indagare su cosa siano le tecniche di memoria e i suoni fonetici di Leibniz, che risultano molto più efficaci nel tempo perché non lavorano su cose astratte ma sulle immagini, che sono la base per una buona memorizzazione e per rimediare alle dimenticanze.

Per ricordare molte cose in poco tempo, bisognerebbe prendere esempio dai camerieri argentini: hanno davvero una memoria di ferro. Non hanno carta e penna per prendere le ordinazioni, è solo questione di chuncking, un termine che in neuropsicologia indica un metodo che si basa sull’associazione di più elementi e che aiuta a ricordare un numero significativo di informazioni, 20 ordinazioni per esempio. I camerieri, quindi, associano il drink al vestito che indossa il cliente o codificano i piatti con sigle e le abbinano alle posizioni del tavolo. Una sorta di partita a scacchi con la propria memoria che i camerieri di Buenos Aires vincono con tanto allenamento!

Ma per noi che non siamo i famosi camerieri argentini e ci troviamo a dover memorizzare informazioni di studio e di lavoro, come fare? La tecnica è la stessa. Parliamo sempre di associazioni mentali, tramite la creatività e le immagini. Bisogna solo capire come fare e imparare!

Secondo Irvin Biederman, neuro scienziato della University of Southern California, un adulto medio ha un catalogo mentale dove sono archiviati fra i 20 mila e i 30 mila oggetti e le relative istruzioni per usarli. Questa biblioteca invisibile funziona grazie a una memoria schematica che associa ogni oggetto a una o più combinazioni di geoni, forme geometriche tridimensionali come sfera, cubo e piramide, che sarebbero impresse nel nostro cervello come immagini mentali e ci aiuterebbero a individuare gli oggetti nel mondo esterno.

Esistono molti modi per rimediare alle dimenticanze, uno di questi è l’allenamento della memoria. Richiedi informazioni sul seminario Ciao memoria e metodo, il corso sulle tecniche di memoria e apprendimento efficace.

Il corpo parla e lo fa attraverso il linguaggio dei gesti, un modo molto più eloquente delle parole che usiamo per descrivere i nostri pensieri. Anzi, quando vorremmo nasconderci dietro un fitto manto di discorsi, i nostri gesti, il tono della voce, i movimenti oculari mettono a nudo pensieri ed emozioni senza chiederne il permesso.

Il linguaggio del corpo, conosciuto come “comunicazione non verbale” (vedi il linguaggio non verbale del corpo), ha un peso decisivo nella comunicazione secondo, gli studi tra il 70% e il 90%. Le parole, quindi, rappresentano solo una piccolissima fetta della comunicazione.

Le forme espressive del corpo si attivano, quasi sempre, al fuori del controllo cosciente. Ad esempio; quando proviamo un’emozione incontrando una persona, il corpo manifesta quello che sente con la scelta di una postura, di una distanza, di un colore della pelle. I segnali partono dal nostro corpo e sono interpretati dal cervello di chi li riceve in modo del tutto inconscio. Questo processo circolare costruisce la cornice di senso che accoglie la conversazione fatta di parole. Capire i meccanismi che regolano la comunicazione non verbale significa, dunque, entrare nel cuore del comunicare, aprire la strada a quel mondo sconosciuto di messaggi che sono al di là della nostra sfera di conoscenze consapevoli.

Un primo passo da fare, per usare bene il linguaggio dei gesti, è capire cosa vogliono dire le persone che parlano con noi. La programmazione neuro-linguistica (vedi cos’è il metamodello nella Programmazione Neuro Linguistica?), su questo tema, ha sviluppato il concetto di mirroring (rispecchiamento). Il mirroring consiste nel rispecchiare, ovvero nel ripetere e far proprio il linguaggio non verbale (e verbale) dell’interlocutore. Quando sentiamo di essere in perfetta sintonia con l’altro, allora significa che si è attivato un rispecchiamento e, con esso, la sensazione e la convinzione di essere simili crescono in modo esponenziale. Talvolta, accade di sentire una naturale ed istintiva affinità con una persona, perchè ci si percepisce come “simili”, “affini”, “sulla stessa lunghezza d’onda”: ecco che è all’opera il rispecchiamento.

Presto avrete modo di approfondire nei prossimi post l’argomento del “linguaggio dei gesti”. Richiedi informazioni sul corso Ciao PNL, linguaggio del corpo e comunicazione efficace.

Il corpo parla e lo fa in modo molto più eloquente delle parole che usiamo per descrivere i nostri pensieri. Anzi, quando vorremmo nasconderci dietro un fitto manto di discorsi, i nostri gesti, il tono della voce, i movimenti oculari mettono a nudo pensieri ed emozioni senza chiederne il permesso.

Il linguaggio del corpo, conosciuto come “comunicazione non verbale”, ha un peso decisivo nella comunicazione secondo, gli studi tra il 70% e il 90%. Le parole, quindi, rappresentano solo una piccolissima fetta della comunicazione.

Le forme espressive del corpo si attivano, quasi sempre, al fuori del controllo cosciente. Ad esempio; quando proviamo un’emozione incontrando una persona, il corpo manifesta quello che sente con la scelta di una postura, di una distanza, di un colore della pelle. I segnali partono dal nostro corpo e sono interpretati dal cervello di chi li riceve in modo del tutto inconscio. Questo processo circolare costruisce la cornice di senso che accoglie la conversazione fatta di parole. Capire i meccanismi che regolano la comunicazione non verbale significa, dunque, entrare nel cuore del comunicare, aprire la strada a quel mondo sconosciuto di messaggi che sono al di là della nostra sfera di conoscenze consapevoli.

Un primo passo da fare, per usare bene il linguaggio del corpo, è capire cosa vogliono dire le persone che parlano con noi. La programmazione neuro-linguistica, su questo tema, ha sviluppato il concetto di mirroring (rispecchiamento). Il mirroring consiste nel rispecchiare, ovvero nel ripetere e far proprio il linguaggio non verbale (e verbale) dell’interlocutore. Quando sentiamo di essere in perfetta sintonia con l’altro, allora significa che si è attivato un rispecchiamento e, con esso, la sensazione e la convinzione di essere simili crescono in modo esponenziale. Talvolta, accade di sentire una naturale ed istintiva affinità con una persona, perchè ci si percepisce come “simili”, “affini”, “sulla stessa lunghezza d’onda”: ecco che è all’opera il rispecchiamento.