Come nasce il metodo di studio?

Il termine “metodo” era stato divulgato da Pietro Ramo. Di metodi si parlava anche nel lullismo.

Giordano Bruno aveva chiamato “metodo” i suoi occulti procedimenti mnemonici.

Fra i vari procedimenti di organizzazione del sapere in uso nel primo ’600 un posto di primo piano occupava dunque l’arte della memoria. E come tale ebbe una sua parte nella nascita del metodo e nella rivoluzione delle forme conoscitive.

Nel progetto di “grande riforma del sapere” vagheggiato Francesco Bacone (1561-1626) anche l’arte dell’apprendimento e memoria veniva riformata. Nell’advancement of Learning (1605) egli sostiene che, accantonato l’uso esibizionistico che ne hanno fatto gli oratori e i maghi, occorre utilizzarla per attività più serie: ad esempio per chi studia e per l’indagine scientifica. Secondo questo londinese pieno di entusiasmo per i miracoli della scienza (erano scoperte recenti la stampa, la polvere da sparo, la bussola), l’arte della memoria deve servire come arte dell’invenzione e della scoperta scientifica.

Anche Cartesio (1596-1650) cerca di razionalizzare la mnemotecnica. Nel suo Cogitationes privatae racconta di aver trovato un “metodo facile” per impadronirsi con l’immaginazione di quanto andava scoprendo. “Si attua attraverso la riduzione delle cose alle loro cause. E poiché tutte si possono, infine, ridurre a una, è evidente che non c’è bisogno della memoria per ritenere tutte le scienze.” Netto rifiuto dunque degli ausili mnemonici in favore dei principi d’ordine e di distribuzione già sperimentati con successo nel campo delle scienze. Da qui si inizia a capire come nasce il metodo di studio.

Una conoscenza più accurata per la tradizione mnemonica aveva invece l’anticartesiano Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716): studiati i trattati relativi, ne aveva estratto le regole classiche e indagato i principi. Utilizzarli ai fini di un più ampio respiro conoscitivo rientrava infatti nel suo progetto noto come “characteristica“: predisporre elenchi di tutte le nozioni essenziali del pensiero, fissandole attraverso simboli o “caratteri”. Questi, usati in combinazioni logiche, dovevano formare un’”arte universale” o calculus per soluzione di tutti i problemi.

Una conseguenza non marginale di questa impostazione è stato il diffondersi dell’interesse per gli alfabeti visivi e quelli numerici nell’ambito del mondo scientifico. Da qui una tecnica di memoria: lo schedario alfanumerico, primo mattone per le tecniche di memoria del Corso CIAO. Del resto esso rientrava in una delle aspirazioni più diffuse del suo tempo: quella di un linguaggio universale di segni o simboli, con l’implicito messaggio di universale fratellanza tra popoli di culture diverse che permettesse di memorizzare a lungo termine.

Così l’organizzazione della memoria, dopo aver toccato i punti vitali della retorica, della religione e dell’etica, della filosofia e dell’arte, approdava a quello del metodo scientifico, all’approssimarsi della rivoluzione industriale.

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