Archive for February, 2010

Dopo aver parlato nel post precedente dei primi 3 modi sul come superare la paura del parlare in pubblico, passiamo in rassegna gli altri 3 modi facendo delle altre opportune considerazioni.

4) Applicare tecniche di rilassamento e visualizzazione: dei respiri molto profondi sono un ottimo inizio per stimolare il diaframma e scaricare    tutta la tensione accumulata. Un esercizio invece di straordinario effetto è quello di immaginarsi ripetutamente ad eseguire i passaggi chiave del discorso con grande successo; persone davanti attente e sorridenti, se stessi al 100% dell’energia e congratulazioni finali da parte del proprio uditorio.

Maxwell Maltz nel suo testo più famoso “Psicocibernetica” afferma testualmente: “… la nostra mente non distingue un’esperienza vividamente immaginata da una realmente vissuta” e se questo corrisponde al vero, basti pensare a come ci si sveglia nel bel mezzo di un incubo! Se bisogna immaginarsi  il risultato di una nostra performance (qualsiasi essa sia) tanto vale esagerarla positivamente, e comunque costa uguale!

5) Prepararsi un’apertura efficace. Gli esperti di comunicazione non verbale affermano come bastino 4 o 5 secondi per crearsi un’idea di una persona; c’è chi dice poi che i minuti seguenti servano a confermare quell’idea! E’ importante quindi iniziare con un sorriso e con parole precise e molto ben curate.

6) Memorizzare i punti chiave del discorso dà sicurezza e trasmette grande competenza. Esistono delle strategie molto efficaci che si possono imparare in alcuni seminari per conoscere con grande disinvoltura sia i dati del proprio discorso (articoli, leggi, numeri, ecc.) sia i nomi e i cognomi delle persone, cosa in genere molto gradita poiché dimostra attenzione ed è estremamente efficace per creare rapporto con chi ascolta.

Dopo aver elencato i 6 modi per superare la paura del parlare in pubblico, vediamo quali altri aspetti intervengono in questa magnifica dote che, se allenata, può diventare un’arte.

ROMPERE IL GHIACCIO

L’apertura del discorso è il momento critico: come dicevamo il gruppo dei partecipanti inconsapevolmente esprime un giudizio sullo speaker in questi primi minuti. Giudizio fondato più su elementi di natura emotiva che razionale … ma la freddezza dei primi minuti può essere superata ricorrendo ad alcune strategie:

- Aprire con una domanda: il vantaggio è di far immediatamente interagire i partecipanti superando l’opposizione tra speaker ed uditorio.

- Aprire con una storia o con una citazione, che però abbiano una morale chiara da sfruttare come messaggio introduttivo.

- Stimolare la curiosità. Ad esempio: “Signori, in questa busta c’è la risposta ad un nostro annoso problema, ma non vorrei aprirla prima di …”.

-Aprire con un giro di tavola di presentazione (se il numero lo consente) o raccogliere informazioni dai partecipanti.

Tutti questi aspetti, resi automatici, creano quelle condizioni necessari per far passare in maniera più funzionale il messaggio che si vuole far passare.

Il sentiero necessario per arrivare al raggiungimento non solo di una capacità ma di una abilità oratoria, passa inevitabilmente da una tappa legata ad una formazione mirata sulla comunicazione da esprimere davanti a un pubblico.

Nei prossimi post continueremo questo percorso  informativo su un tema che affonda le sue radici sin dal V secolo avanti Cristo.

IL RUOLO DEL “PENSIERO LATERALE” HA RIFLESSI SULLA MEMORIZZAZIONE VELOCE.

IN CHE MODO?

VEDIAMOLO PURE

Sul tavolo c’è una bottiglia di latte riempita a metà di acqua. Che cos’è? Potrebbe essere una bottiglia con un po’ d’acqua, ma anche un po’ d’acqua dentro una bottiglia di latte. Per capire il pensiero laterale bisogna cominciare così: sparigliando le carte in tavola, cambiando prospettiva, eliminando le rigidità. Brevettato nel 1967 dallo psicologo maltese Edward De Bono, il pensiero laterale è un metodo che stimola la creatività. A differenza del pensiero verticale, logico, quello laterale <<non è selettivo, bensì produttivo>>.

Mentre in un pensiero logico andiamo dritti a cercare la migliore delle soluzioni possibili scartando tutte le altre,nel laterale prestiamo attenzione a molte più soluzioni

<<Ma questo non vuol dire generare il caos, bensì avere più scelta>>.

Se, per esempio, dobbiamo scegliere un nuovo impiego, non ci fermeremo a quello più congeniale ai nostri studi. Cominceremo a chiederci perché vogliamo fare quello,perché ci piace,e così via. La “tecnica dei perchè” è uno dei cardini del pensiero laterale: sviscerando a fondo un desiderio o un problema, riusciremo a scoprire lati insospettabili.

Quanto appena spiegato sulla creatività, è stato da più personalità scientifiche, definito un processo mentale che ha delle forti ricadute sul memorizzare velocemente.

Continuando su questo tema, scopriamo

La carta di Sherlock

C’è bisogno di uno spostamento di prospettiva. Che cosa vuol dire? Per spiegarmi meglio vi cito l’aneddoto di una vecchia e bisbetica nobildonna che voleva dimagrire. Vennero chiamati i medici più illustri, ma le loro diete venivano rispedite al mittente. Finchè  arrivò un medico giovane, che prescrisse alla paziente un bicchiere di latte zuccherato prima dei pasti: soddisfaceva la gola della donna e le riduceva l’appetito. Il pensiero laterale era la carta vincente di Sherlok Holmes, che risolveva i problemi non per logica, bensì per… assemblamento casuale. Metodo deduttivo: prendeva tutti gli elementi di un caso, li sparpagliava come fossero pezzi di carta e cercava connessioni, corrispondenze casuali. L’intuizione arrivava come per miracolo. Non è un caso.

Il sonno rende più intuitivi

Per lo psichiatra Giovanni Liotti <<l’architettura e la fisiologia della memoria  e della conoscenza è ampiamente non conscia. Accade allora di pensare che abbiamo avuto l’intuizione, il lampo di genio, quando meno ce lo aspettavamo>>. Come nel sonno: il chimico russo Dmitri Mendeleev progettò la sua tavola periodica degli elementi grazie a un’idea giunta mentre dormiva. Ullrich Wagner, ricercatore all’università di Lubecca, ha scoperto che dormire otto ore migliora l’intuizione e il pensiero laterale.

Il ruolo della creatività dunque, come anticipato nel titolo del post, ha un grande peso sui processi intuitivi e non solo.

il risultato di memorizzare velocemente è un altro dei riflessi importanti delle dinamiche descritte (in uno dei prossimi articoli approfondiremo anche il tema di come sia possibile “memorizzare velocemente con le mappe mentali”)

A differenza del pensiero verticale, qui ci vuole fantasia. Uno degli esercizi classici riguarda l’uomo che, al ristorante, consuma un pasto abbondante e costoso ma se ne va senza pagare. Com’è possibile? Il pensiero laterale offre soluzioni di questo tipo: l’uomo è un personaggio famosissimo  e gli basta un autografo per pagare il pranzo. Ma ci possono essere alternative. Sì, perché qui è importante sospendere il giudizio e accettare tutte le soluzioni possibili, anche quelle che sembrano fuori luogo. Dice Gianni Clocchiatti, esperto di tecniche creative: <<La creatività ha bisogno di libertà, di assoluta autonomia. Mai giudicare le idee>>.

Funziona come l’umorismo

Infine sapevate che il pensiero laterale e l’umorismo condividono lo stesso percorso?

Il segreto dell’umorismo sta nel “deviare dal tracciato”: dire una cosa e poi farne seguire una che spiazza, che suscita la risata. Così nel pensiero laterale: guardando un ragazzo seduto su una panchina io posso affermare (anche) che quello che vedo è “un posto della panchina occupato da una figura maschile”. O anche “una panchina mezza vuota” e così via. Un po’ come il detto “Quando il saggio indica la Luna, lo stolto guarda il dito”. Guardiamo la Luna!

Una dei più recenti studi studi compiuti sulla psicologia sociale afferma che nelle prime 5 paure di una persona c’è quella di parlare davanti a un pubblico di persone.

La domanda da farsi può essere dunque:

Come superare la paura del parlare in pubblico?”

E’ curioso pensare che anche direttori d’aziende prestigiose, persone che dietro la propria scrivania hanno un potere contrattuale enorme, appena si alzano per parlare davanti ad un pubblico perdano molto della loro sicurezza.

Come è frequente imbattersi, per chi studia, nel professore soporifero che non alza la testa dal foglio se non per salutare quando finisce la lezione. La cultura scolastica e troppo spesso anche quella aziendale, focalizzano solitamente maggiore attenzione sui contenuti tecnici del messaggio, piuttosto che sulle modalità comunicative. In pratica, si privilegia il “cosa si dice” rispetto al “come si dice” (vedi post sul Linguaggio del corpo).

Da questa impostazione scaturiscono delle carenze comunicative che determinano a volte delle frustrazioni personali, ma che hanno spesso un riflesso economico.

Li potremmo definire i “costi dell’improduttività comunicativa”: sono rappresentati da riunioni che si prolungano oltre i tempi pianificati o da speakers che hanno un obiettivo persuasivo ma non riescono a perseguirlo per oggettive carenze di metodo. Queste si evidenziano anche con il senso di sofferenza e impaccio che molte persone avvertono quando si alzano in piedi per parlare di fronte ad un gruppo di persone. D’altronde parlare in pubblico è una delle 5 paure più diffuse; addirittura, una curiosa statistica americana rivela che c’è chi la ritiene più angosciante della paura di morire! Il motivo è molto semplice: parlare davanti ad un pubblico implica sottoporsi al giudizio degli altri e non tutti noi abbiamo sviluppato negli anni la capacità di accettare la critica altrui.

Eppure più passa il tempo, più cresce la necessità di tenere meeting, conferenze pubbliche o riunioni private per migliorare la qualità del lavoro del proprio staff. Come agire, dunque?

Per chiunque creda che l’arte oratoria sia una qualità innata sarà una bella notizia l’apprendere che comunicare efficacemente davanti ad un pubblico si può imparare, basta avere le tecniche e le indicazioni giuste da parte di un esperto. I risultati che si possono raggiungere sono stupefacenti.

  • COME SUPERARE LA PAURA DEL PARLARE IN PUBBLICO?

NEL PARLARE IN PUBBLICO, COSA FARE E COSA NON FARE ?

ECCO 6 MODI :

1) Considerare la paura iniziale come una giusta tensione che è naturale avere e che può funzionare come incentivo; è il modo in cui la natura ci prepara ad affrontare una sfida inaspettata e significa che si è pronti all’azione. Molti oratori professionisti mi hanno assicurato che non hanno mai superato la paura del palcoscenico e non è neanche loro intenzione farlo.

2) Conoscere bene il proprio uditorio. Raccogliere prima e durante tutte le informazioni possibili, ma soprattutto conoscere le eventuali persone ostili alla nostra idea per prepararsi una adeguata strategia di risoluzione delle obiezioni. Se questo non fosse possibile, una domanda intelligente da porsi potrebbe  essere: “Se volessi smontare il mio discorso, quali argomentazioni creerei?”. E ancora: “Come potrei risolverle nel modo più facile ed indolore?”.

3) Curare i supporti alla comunicazione ed i dettagli: provare prima le attrezzature, la posizione da tenere. Una delle scene di maggiore imbarazzo è giungere con tutte le migliori intenzioni davanti al nostro uditorio, volere parlare, ma non sapere come si attiva un microfono o quale sia il tasto che accende la lavagna luminosa … prevenire è meglio che curare!

I prossimi 3 modi sul “come superare la paura del parlare in pubblico“li troverai nel post successivo….

Quante volte ci è capitato di non riuscire a farci capire dai nostri interlocutori?

Quante volte abbiamo difficoltà ed esprimere le nostre idee, i nostri sentimenti o le nostre emozioni?

Quante volte ci è capitato di avere pensieri e comportamenti poco produttivi  nei confronti di noi stessi che non ci hanno permesso di sfruttare al meglio le nostre qualità non riuscendo a capirne il motivo?

Il ruolo della comunicazione oggi, assume sempre più importanza sia socialmente sia culturalmente.

Il capirsi e il capire sono due dinamiche strettamente legate tra loro.

Partiamo dal principio, ossia da cosa intendiamo per comunicazione.

Comunicare, non vuol dire solo entrare in relazione con gli altri ma anche con noi stessi.

Siamo in grado di comunicare non solo con le parole, ma  anche attraverso la tonalità della voce, con la nostra fisiologia, le espressioni del viso e movimenti del nostro corpo. Insomma è impossibile non comunicare, entrare in relazione con chi ci sta intorno ma anche con noi stessi.

Sosteneva il filosofo russo Gurdjieff (1827-1949). Tutto ciò che ascoltiamo, ma anche tutto quello che pensiamo, lascia una traccia nella nostra mente, che presto o tardi viene elaborata e influenza la nostra vita.

Le parole che pronunciamo o ascoltiamo, vanno ad agire sulla nostra mente e sul nostro corpo, diventando materia attraverso un particolare percorso chimico-fisico che parte dall’orecchio fino ad arrivare ai nostri organi.

Dal timpano, i suoni che udiamo arrivano fino al cranio verso una struttura denominata coclea situata nell’orecchio interno, lo fanno vibrare e poi si incanalano nel nervo acustico, dove stimolano il nervo vago (situato nel cranio), che si dirama verso gli organi della respirazione, della digestione e della circolazione controllandoli. Questo vuol dire che pensieri e parole sono strettamente legati alle reazioni del nostro corpo.

Le parole che utilizziamo, quando raccontiamo di un’esperienza o di un evento hanno il potere di farci star bene o creare disagio, di avere delle credenze potenzianti o depotenzianti, influenzando la nostra fiducia, l’autostima e i rapporti interpersonali.

Ecco perché l’importanza di acquisire una maggiore consapevolezza sulla nostra comunicazione, rendendola più efficiente e soprattutto efficace, in modo da gestire l’effetto che ha su di noi e sui nostri interlocutori. Sicuri che avremo risultati soddisfacenti e riusciremo a rendere migliore la nostra vita proprio iniziando ad agire sull’interazione con noi stessi e con gli altri.

La comunicazione più funzionale inizia dal cumunicare per capire se stessi e poi gli altri oppure anche capendo meglio gli altri riuscire a comunicare meglio con se stessi.

Ti è mai capitato di leggere due, tre o più volte la stessa riga senza riuscire a ricordare?

Ti è mai capitato di arrivare a fine pagina e pensare: “ma cosa ho letto” ?

Quanto tempo si perde nello studio leggendo magari capitoli interi, accorgendoti poi che le cose fondamentali sono alla fine?

Quanti libri vorresti leggere ma ti manca il tempo?

Esiste una soluzione?

Sicuramente il metodo della lettura veloce può essere molto utile. In quanto ci consente di essere più concentrati in fase di lettura ed evitare le distrazioni. Oltre ad essere più veloci aiuta ad avere un livello di ritenzione delle informazioni maggiore rispetto al normale.

Ma che cos’è la lettura veloce?

La lettura veloce consiste in una serie di esercizi che servono a rendere più elastici i muscoli oculari. Rendendo più elastici i muscoli del nostro occhio riusciamo a fornire al nostro cervello un maggior numero di informazioni e di migliore qualità, molte di più di quelle che trasmettiamo al nostro cervello utilizzando la lettura che ci è stata insegnata alle scuole elementari, ossia sillabando.

In realtà la nostra mente è in grado di riconoscere  il senso di una frase senza bisogno di riconoscere tutte le sillabe,

come quando ci capita guidando, di leggere i cartelli pubblicitari.

Come funziona?

Per aumentare la nostra velocità di lettura e la comprensione bisogna tener conto di un importante fattore: il nostro occhio legge solo da fermo. Se guardiamo una persona che legge notiamo che l’occhio compie dei piccoli movimenti chiamati“Stop and Go”.

Quindi la prima cosa da fare è ampliare il campo visivo mantenendolo più largo anche in fase di lettura.

Successivamente, bisogna lavorare sull’aumento della velocità degli “Stop and Go”.

Infine riusciremo ad aumentare la comprensione.

In pratica, raggiunta la propria velocità ottimale, si otterrà una comprensione superiore a quella di partenza.

Come è possibile migliorare la propria creatività, e cosa si intende per punto E?

Prima di rispondere a questa domanda, è interessante prendere qualche spunto da chi, di creatività, ne ha avuta da vendere!

Verso la fine dell’ottocento le industrie dell’abbigliamento si accorsero di avere un problema.

Le scarpe. I calzari di moda all’epoca erano alti e pesanti, poco pratici da chiudere. Fu l’inventore della macchina da cucire, Elias Howe che pensò ad un sistema di chiusura tramite ganci uniti da un cordoncino. Era l’intuizione che poi avrebbe portato alla cerniera lampo. La quale arrivo grazie alla creatività dello svedese Gideon Sundback (1880-1954), che fissò la cerniera su due lembi di stoffa.

Ma non era tutto: fu necessario il pragmatismo di Bertram G.Work, nel 1923 per arrivare alla moderna e comune zip, commercializzata come accessorio. I cervelli di Howe, Sundback e Work avevano molti punti in comune, però hanno lavorato diversamente.

Perché intuizione, creatività e pragmatismo parlano linguaggi differenti.

<<Nei tre momenti>>, dice Paolo Legrenzi, docente di Psicologia all’università Iuav di Venezia con alle spalle anni di studi sui processi creativi, <<noi adottiamo combinazioni diverse delle aree celebrali>>.

L’intuizione è forse lo stato più affascinante.

La famosa “lampadina” oggi è più chiara agli scienziati.

Si trova nell’area del cervello nel lobo temporale destro,dietro alla tempia, verso l’ orecchio.

Ribattezzato “punto E” (in omaggio alla celebre esclamazione di Archimede, <<Eureka>>)

è l’aria che si accende quando scopriamo all’improvviso un’idea chiave o la soluzione a un problema.

Quando seguiamo un ragionamento di tipo “classico” per risolvere un rompicapo, invece questa zona resta a riposo.

Ma come funziona il “cervello intuitivo”?

E più portato alle emozioni, innanzitutto. Perché stando a una ricerca dell’Università del san Raffaele di Milano, il coinvolgimento emotivo ci fa ragionare più velocemente, con maggiori probabilità di arrivare a intuizioni inattese. Inoltre, accade una cosa curiosa: quando arriva il lampo di genio, il nostro cervello attiva la corteccia temporale e frontale, come se, con questo, “spegnesse” tutti gli altri pensieri e attività cerebrali, possibili fonti di distrazione.

<<Però attenzione, le intuizioni migliori sono quelle che abbiamo nei campi dove siamo più esperti. Le altre possono essere fallaci>>.

E non è detto, poi, che un cervello più propenso alle intuizioni sia anche un cervello più creativo.

Perché la creatività è un’altra cosa: è la capacità di non arrivare direttamente alla soluzione ma fare una strada diversa, più affascinante.

Non importa l’arrivo, insomma, ma il viaggio, anche se tortuoso e pieno di rischi.

Il cervello creativo è complesso e, ad osservarlo dalle neuro-immagini degli scienziati,sembra una danza: un valzer tra il lato destro e quello sinistro, ossia l’area delle emozione e l’area della razionalità. E’ così: secondo un esperimento condotto all’università di Lund, in Svezia, nel “creativo” la circolazione sanguigna si attiva in entrambe le regioni anteriori, ossia le regioni anteriori, ossia i lobi frontali. Nei meno estrosi, si è visto che nei testi il flusso del sangue continua solo nel lobo sinistro, ossia si continua a ragionare con il pensiero razionale.

<<La vera creatività non vuol dire risolvere il problema, ma creare soluzioni più fantasiose…attivando il  punto E !!>>.

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