COSA PERMETTEVA AGLI ANTICHI GRECI DI AVERE UNA MEMORIA COSI’ PRODIGIOSA?

Ovviamente gli antichi aedi greci avevano la necessità di ricordare con precisione i loro racconti fin nel particolare.

Un illustre studioso di nome Milman Parry riuscì a dimostrare che all’interno dei poemi omerici esistesse un’organizzazione formulare, la quale testimonia senza dubbio che i testi letterari pervenutici siano solo una piccola parte dell’immenso patrimonio perduto tra le pieghe della lunga tradizione orale.

L’aedo omerico, davanti al suo pubblico di ascoltatori, connette queste formule tradizionali, dando vita ad un discorso che assume contorni definiti e non modificabili nel momento in cui inizia la narrazione. Egli prima di tutto acquisisce la padronanza di queste formule, e poi le combina con abilità per dare vita alla storia. Per questo a volte esistono varie versioni di uno stesso racconto: l’importanza è la stabilità tematica, non l’uguaglianza maniacale al modello precedente.

Particolare che sfugge a molti studenti d’oggi, i quali, invece di concentrarsi sui concetti principali, si perdono a memorizzare infinite quantità di materiale alquanto inutile e che soprattutto sparisce dalla memoria dopo qualche giorno, perché studiato senza un vero metodo.

Tornando al nostro studioso, Parry, troviamo all’interno dei suoi studi degli elementi davvero interessanti: nei primi anni Venti del Novecento, basandosi su studi filologici e ricerche nel campo dell’etnologia condotte in Jugoslavia, riuscì a portare alla luce la vera natura dei poemi epici, cioè l’oralità, fondata sulla costruzione di  versi basandosi sul potere della memoria “musicale”.

LA FORMULAZIONE: ECCO IL SEGRETO!

L’espressione e il pensiero, all’interno di una cultura “orale”, sono strutturati in modo da favorire la memorizzazione. Per questo sono classificati in base ad alcune caratteristiche.


Essi sono:

  • paratattici invece che ipotattici, quindi basati su una struttura fraseologica di periodi coordinati, e non subordinati: è più frequente l’uso di congiunzioni piuttosto che di pronomi relativi, i quali sono meno immediati da ricordare e rendono la sintassi più complessa.

  • aggregativi piuttosto che analitici: nelle culture dove l’oralità domina, le espressioni tradizionali sono stra-ricche di epiteti o caratteri fissi non disgregabili. Ad esempio, fra gli epiteti troviamo quelli associati al nome, come “astuto Odisseo”, “Achille piè veloce”, oppure patronimici, come “l’Atride” per indicare Agamennone figlio di Atreo, o il “Pelide” per indicare Achille figlio di Peleo. Certo, queste formule arricchiscono, ma rendono anche pesante il discorso, arrivando anche ad occupare lo spazio di interi versi. Questo renderà caratteristico il prossimo punto.
  • ridondanza o “copia”, che sarà un caso particolare anche dell’arte della retorica. Data l’assenza di un supporto di tipo visivo, il poeta sente per il suo pubblico la necessità di accompagnare il suo canto con frequenti ripetizioni, in modo che queste suonino quasi come una frase musicale. Meglio ripetersi piuttosto che non dire nulla.
  • conservatori o tradizionalisti: bisogna tenere a mente che le formule vengono a volte riorganizzate, ma non rimpiazzate. La struttura rimane immutata, quasi fosse uno specchio della società, e non c’è modo di evolverla.
  • vicini all’esperienza umana: non è da trascurare il fatto che questi racconti siano molto spesso riferiti in concreto alla vita dell’uomo, raccontandone la realtà; questo rende anche più coinvolgente emotivamente l’oggetto da ricordare, sia per chi lo canta o racconta, sia per chi ascolta e quindi di conseguenza, lo impara.
  • dal tono agonistico: la parola è come se fosse un arma. Nel caso delle opere omeriche, l’insulto è sicuramente una formulazione ricorrente che rimane impressa nella mente. Citiamo alcuni esempi: cuore di cane, occhio di cane, cuore di cerva. C’è da dire che gli antichi avevano più creatività di noi.

  • enfatici e partecipativi: Il cantore si identifica con la storia e il personaggio principale, e il pubblico anche.


GLI STUDI E LA SCOPERTA

Ritornando al discorso precedente, continuiamo la storia del nostro amico Parry da dove l’avevamo lasciata. Quando era professore alla Harvard University, tra il 1933 e il 1935, viaggiò per due volte avendo come meta la Jugoslavia, dove sapeva ancora vive delle forme arcaiche di trasmissione orale recitata di poemi antichi. Egli esaminò e studiò a lungo le storie e le leggende balcaniche, in territori dove la scrittura non aveva ancora sostituito l’oralità.

Immaginate il valore della sua teoria, che espresse nella sua tesi di laurea: riuscì a dimostrare che i poemi omerici, al pari di quelli della tradizione serba, erano caratterizzati dall’uso di formule fisse ed espressioni ripetute per motivi metrici. Riteneva che la formula omerica, composta da un nome e da un epiteto, o in alcuni casi, da versi più complessi, fosse la base delle strutture linguistiche omeriche, che consentiva all’aedo che recitava di imparare i versi a memoria più facilmente!

Concluse quindi che si possono memorizzare un numero smisurato di versi e notò anche delle affinità tra la poesia tradizionale serba e quella omerica.

CONCLUSIONI

Noi invece possiamo concludere che le potenzialità della nostra mente sono senz’altro molto più alte di quello che si pensa al giorno d’oggi. Con che entusiasmo memorizzerete ora la vostra lista della spesa, sapendo che è niente a confronto dei 20.000 versi che si ricordava un aedo dell’Antica Grecia?

Fossi in voi andrei subito ad iscrivermi ad un corso di memoria anche solo per testare le mie capacità e raggiungere anche solo un quarto di questo standard da capogiro! ;)

2 Responses to “LA MEMORIA PRODIGIOSA DEGLI ANTICHI GRECI…”

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