Archive for January, 2010
L’anno appena trascorso è stato l’anno dedicato alla creatività, riportiamo qui di seguito alcuni aspetti tecnici riportati dagli ultimi studi fatti su questa “dote” per capire anche i riflessi importanti e decisivi che questo sviluppo mentale può avere nel sociale.
Nel campo della neuropsicologia l’aspetto propriamente individuale della creatività viene studiata con i metodi tipici dello studio delle funzioni cerebrali (come memoria, linguaggio, attenzione) che si basano sul confronto dell’espressione di diverse capacità neuro-motorie in relazione a tre circostanze :
- fasi dello sviluppo
- esito di lesioni selettive
- livello di eccellenza nello svolgimento di quella determinata funzione
Questi metodi hanno significato il prevalere dell’ottica riduzionista (le facoltà hanno sede nel cervello) che ha contribuito a notevoli successi quantitativi grazie anche alle recenti tecniche di imaging del cervello in attività.
L’ambito individuale dello studio della creatività si concentra quindi sulle capacità dell’atto creativo addebitabili a differenze individuali e che possano essere quindi affinate tramite una pratica e un insegnamento.
Le teorie correnti per una neuropsicologia della creatività si basano in parte sul modello dell’information processing di Lindsay & Norman (1977).
Sarnoff Mednick pose l’accento sull’aspetto ricombinatorio: il cervello contiene informazioni memorizzate in forma discreta mentre appositi stati mentali potrebbero favorire associazioni nuove tra gli elementi esistenti. Per esempio chi pensa per immagini potrebbe notare elementi figurativi comuni in due esperienze che sono trascurati da chi pensa per parole. Mednick partiva da un interesse clinico nella schizofrenia ed era portato ad utilizzare moderne tecniche di indagine neuropsicologica.
Negli anni ‘60 e ‘70 Eugen Bleuler studiando la dementia praecox ne sottolineò quattro aspetti particolari:
- Allentamento delle associazioni mentali
- Anaffettività
- Ambivalenza
- Autismo
L’ipotesi naturale dopo Bleuler fu che la tendenza a formulare associazioni inusuali fosse alla base di questo disturbo, che egli battezzò schizofrenia.
Da altri era stato concluso che una tendenza alla iperinclusività degli elementi, sino alla produzione di collegamenti improbabili, era riportata anche in studi psicometrici condotti su individui creativi. Si poteva immaginare che uno stile pensiero schizofrenico senza l’angoscia e la destrutturazione della patologia corrispondente potesse essere alla base dell’atto creativo.
JL Karlsson nel 1978, nel suo Inheritance of creative intelligence (Nelson-Hall, Chicago, 1978), rilevò in Islanda una maggiore frequenza di alcune psicopatologie tra quanti venivano citati nel WHO’s WHO, a causa della loro creatività rispetto agli altri menzionati.
Albert Rothenberg fece in seguito riferimento alla presenza di un pensiero allusivo nei soggetti creativi capace di cogliere associazioni remote e infrequenti senza sentirsi disturbati dalla loro stranezza.
Sebbene si sia ipotizzato che a fronte di maggiori stimoli il creativo disponga di una maggiore fluidità o velocità di pensiero, niente in tal proposito è stato dimostrato. Molto più condiviso dai ricercatori è l’elemento della disinibizione nelle associazioni. Questa di pari passo espone il soggetto a varie forme di psicopatologia
L’idea di creatività come atteggiamento mentale proprio (ma non esclusivo) degli esseri umani nasce nel Novecento. I primi studi sul fenomeno risalgono agli anni ‘20. Mentre in alcuni campi – la matematica, per esempio – la creatività sembra svilupparsi meglio in giovane età, in altri – letteratura, musica, arti figurative – continua per tutto l’arco della vita.
L’atto del creare è stato a lungo percepito come attributo esclusivo della divinità: Catullo, Dante, Leonardo, infatti, non avrebbero mai definito sé stessi dei creativi. Propri dell’uomo erano invenzione, genio e, dal 1700, progresso e innovazione. La parola creatività entra nel lessico italiano solo negli anni ‘50.
Gli antichi greci identificavano la creatività con la capacità poetica, e lo stesso fece Ralph Waldo Emerson, il più celebre filosofo della creatività, nel suo saggio “Il poeta”.
Tra le moltissime definizioni di creatività che sono state coniate si segnala per semplicità e precisione quella fornita dal matematico Henri Poincaré: “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”.
- Le categorie di “nuovo” e “utile” radicano l’attività creativa nella società e nella storia. Il “nuovo” è relativo al periodo storico in cui viene concepito; l’”utile” è connesso con la comprensione e il riconoscimento sociale. Nuovo e utile illustrano adeguatamente l’essenza dell’atto creativo: un superamento delle regole esistenti (il nuovo) che istituisca una ulteriore regola condivisa (l’utile). Si individuano anche le due dimensioni del processo creativo che unisce disordine e ordine, paradosso e metodo.
- Infine, le categorie di nuovo e utile ampliano la sfera delle attività creative a tutto l’agire umano a cui sia riconosciuta un’utilità economica – estetica o etica – e che sviluppi uno dei tre possibili gradi di novità: applicazione nuova di una “regola” esistente, estensione di una regola esistente a un campo nuovo, istituzione di una regola del tutto nuova.
Poiché si fonda sulla profonda conoscenza delle regole da superare, la creatività non può svilupparsi in assenza di competenze preliminari. Caratteristiche della personalità creativa sono curiosità, bisogno d’ordine e di successo (ma non inteso in termini economici), indipendenza, spirito critico, insoddisfazione, autodisciplina.
La creatività è espressione tipicamente umana perché si fonda anche sul possesso di un linguaggio a volte astratto (fatto però di parole, numeri, note musicali) e atto a compiere discriminazioni sottili. Ma non è espressione esclusivamente umana. Molte specie di mammiferi, in particolare i Primati, ed alcune specie di uccelli hanno intuizioni creative riuscendo anche a trasmettere soluzioni altrettanto creative alla prole.
Il 2009 è stato l’Anno Europeo della Creatività e Innovazione (European Year of Creativity and Innovation – EYCI). L’obiettivo è “accrescere la consapevolezza dell’importanza della creatività e dell’innovazione in quanto competenze chiave per lo sviluppo personale, sociale ed economico”.
Il concetto fondamentale su cui sono state costruite le mnemotecniche è che il cervello ricorda e memorizza meglio le immagini di qualsiasi altra cosa.
In media l’80% delle informazioni contenute nella memoria sono di tipo visivo; il restante 20% viene spartito fra gli altri input sensoriali in ordine: udito, tatto, gusto, olfatto.
La prima cosa da fare per memorizzare meglio quindi, è trasformare ogni cosa, dai concetti concreti a quelli astratti, in materiale visivo più facilmente memorizzabile. Vedremo nella prossima lezione come questo sia possibile nella pratica.
Reale e immaginario
Quando vogliamo trasformare la parola “pianta” in un’immagine non abbiamo bisogno di vedere concretamente una pianta ai fini della memorizzazione. Ci avvaleremo delle immagini mentali, quelle cioè create dal cervello sulla base di informazioni preesistenti collocate nella memoria.
In altre parole per memorizzare un albero dobbiamo immaginarlo; il cervello infatti reagisce nello stesso modo sia per le immagini reali sia per quelle mentali. D’altronde questo non è così lontano dal senso comune: quando facciamo un incubo il battito cardiaco diventa più veloce e viene rilasciata adrenalina; quando pensiamo al cibo la salivazione aumenta e lo stomaco attiva la secrezione dei succhi gastrici.
Le immagini mentali quindi, come quelle reali, creano risposte neurofisiologiche e sono per questo adatte alla memorizzazione.
Il compito che ora ci prefiggiamo sarà quello di sviluppare delle tecniche associative che andranno ad aiutare l’istinto concatenante dalla mente.
Grazie a ciò si potrà imparare rapidamente ogni tipo di informazione in breve tempo e riuscire ad ottenere risultati migliori in ambito sia personale che lavorativo.
E’ proprio questo il punto, anzi, la domanda guida:
- l’immaginazione può dare benifici solo nella memorizzazione o anche nel problem solving?
Questa è una di quelle domande che possono realmente fare la differenza in ciò che facciamo, visto che il dilemma diventa più ampio e corrisponde ad un secondo quesito che è: MEMORIZZARE MEGLIO CHE SIGNIFICATO HA?
A nostro modo di vedere memorizzare più velocemente e con più efficacia ha un significato molto più importante del semplice imparare ad apprendere, noi lo chiamiamo in un modo molto semplice ma anche molto incisivo: SPOSTARE I LIMITI. Quanto sia importante nella vita di ognuno di noi vivere la possibilità di scoprire le infinite potenzialità della nostra mente anche solo riuscendo ad aumetare del 30-50% la velocità di memorizzazione lo sa solo chi si sia dato la possibilità di frequentare corsi come il seminario C.i.a.o. (come imparare ad organizzarsi) di cui vanno tutti estremamente fieri per ciò che i partecipanti si siano portati via da tempo.
Grazie ad ognuno dei lettori di aver dato la possibilità di scoprire come le Tecniche di memoria possano rendere più incisivo l’apprendimento di testi, racconti, giornali, libri di qualsiasi difficltà e genere, da Analisi matematica a Kafka, in fin dei conti è solo un metodo, come andare in bicicletta, una volta imparato rimarrà per sempre.
Rispetto a quello a breve e a medio termine, il processo di memorizzazione a lungo termine coinvolge una più ampia area celebrale e attua dei processi biochimici differenti.
Il periodo di permanenza dell’informazione è proporzionale alla vastità dell’area celebrale attivata. Esistono particolari condizioni che permettono al cervello di eseguire questi processi in modo diretto e di saltare quindi la fase di memorizzazione a breve e a medio termine collocando direttamente l’informazione nella memoria a lungo termine.
Compito delle mnemotecniche è di creare artificialmente queste condizioni e di sfruttare i meccanismi naturali che il cervello possiede per la memorizzazione delle informazioni.
In altre parole, ciò che differenzia la ripetizione dalle mnemotecniche più accreditate sta nelle differenti risorse messe a disposizione del cervello che vengono sfruttate. Ovviamente quelle utilizzate dalle tecniche di memorizzazione sono più efficaci.
Principio di memorizzazione delle circostanze
Prima di analizzare quali sono le condizioni da ricercare dobbiamo fare un’osservazione. Abbiamo detto precedentemente che durante una corretta memorizzazione che porta un’informazione nella memoria a lungo termine si verificano reazioni biochimiche differenti dagli altri due tipi.
Questo provoca un fenomeno di particolare importanza per il funzionamento delle mnemotecniche. Se pensiamo al momento in cui ci è stata data una notizia molto triste come la morte di una persona cara, ci accorgiamo di poter ricordare bene anche il luogo in cui eravamo, cosa stavamo facendo e cose simili. Questo si verifica perché il cervello deposita in memoria, insieme all’informazione principale, tutto ciò che percepisce nello stesso momento e che risulta rilevante. Questo avrà una conseguenza fondamentale come vedremo nel paragrafo successivo.
A cosa servono realmente le immagini e a cosa serve di preciso sfuttare i meccanismi del cervello?
Questa è una di quelle domande che possono realmente fare la differenza in ciò che facciamo, visto che il dilemma diventa più ampio e corrisponde ad un secondo quesito che è: MEMORIZZARE MEGLIO CHE SIGNIFICATO HA?
A nostro modo di vedere memorizzare più velocemente e con più efficacia ha un significato molto più importante del semplice imparare ad apprendere, noi lo chiamiamo in un modo molto semplice ma anche molto incisivo: SPOSTARE I LIMITI. Quanto sia importante nella vita di ognuno di noi vivere la possibilità di scoprire le infinite potenzialità della nostra mente anche solo riuscendo ad aumetare del 30-50% la velocità di memorizzazione lo sa solo chi si sia dato la possibilità di frequentare corsi come il seminario C.i.a.o. (come imparare ad organizzarsi) di cui vanno tutti estremamente fieri per ciò che i partecipanti si siano portati via da tempo.
Grazie ad ognuno dei lettori di aver dato la possibilità di scoprire come le Tecniche di memoria possano rendere più incisivo l’apprendimento di testi, racconti, giornali, libri di qualsiasi difficltà e genere, da Analisi matematica a Kafka, in fin dei conti è solo un metodo, come andare in bicicletta, una volta imparato rimarrà per sempre.
Il memorizzare senza memorizzare è un tema che riguarda la nostra parte inconscia.
Ci sono almeno 2 grandi esperti mondiali che hanno contribuito a svelare l’enorme universo che si nasconde dietro l’atto di riconoscere consapevolmente fatti, informazioni o persone.
Partiamo dal primo dei due.
- Il neurologo Antonio Damasio ha studiato le vittime della prosopagia, una condizione in cui un danno cerebrale ha distrutto l’abilità conscia di una persona di riconoscere un volto. Damasio mostrava ai suoi soggetti delle foto di vari volti, alcuni di amici e parenti, altri di persone famose, ed altri ancora di perfetti sconosciuti. I soggetti non riuscivano a riconoscerne consciamente neanche uno. Ma mentre guardavano un volto familiare, la conduttività elettrica della loro pelle aumentava in modo significativo: segno di reazione emotiva. Damasio concluse che i suoi soggetti, in realtà, riuscivano a riconoscere i volti ad un livello inconscio ma, a causa della loro malattia, questo riconoscimento non riusciva a penetrare all’interno della mente conscia. Un fenomeno analogo si verifica durante l’effetto blindsight, letteralmente vista cieca. Qui descritto come “memorizzare senza memorizzare”. Le persone rese cieche da un danno cerebrale, invece che da un danno agli occhi o ai nervi ottici, pare che siano ancora in grado di vedere. Soltanto che il loro cervello non riesce ad attribuire un senso agli impulsi visivi.
- La seconda esperienza fu compiuta all’università di Cambridge. Il dottor Anthony Marcel chiedeva ai suoi pazienti che soffrivano di questo disturbo di trovare alcuni oggetti che gli aveva posto di fronte, loro allungavano la mano ed afferravano gli oggetti agilmente senza brancolare o andare a tentoni, con una sicurezza che sarebbe stata impossibile senza vista. Altri sperimentatori hanno mostrato che questi soggetti, quando viene chiesto loro, riescono a scegliere delle specifiche sagome da una gamma di forme diverse.
In un modo molto simile, le percezioni sinestesiche che provengono dal nostro cervello limbico sembrano inondare la nostra corteccia cerebrale senza che la maggior parte di noi se ne renda conto. La nostra parte razionale blocca questi segnali fuorvianti al di fuori della nostra consapevolezza, ma nonostante ciò i loro sottili effetti si diffondono nella nostra esperienza inequivocabilmente, come la reazione galvanica della pelle dei pazienti prosopagnosici del dottor Damasio e la sorprendente destrezza dei pazienti del dottor Marcel.
Una accurata capacità nel memorizzare e nel far emergere nuove intuizioni si presenta durante l’applicazione dell’Image streaming , tecnica messa a punto in America da uno scienziato del Michigan, Win Wenger che punta ad aumentare la nostra innata ma limitata tendenza a creare sinestesie spontanee.
E’stato ormai più volte dimostrato che seguire opportuni seminari specifici sull’argomento porta nel giro di 2 mesi ad aumentare i livelli del proprio quoziente di intelligenza nutrendo riflessi positivi sulla capacità di ricordare le informazioni.
Per approfondimenti visita il sito www.formazionepersonale.it
Tracce sinestesiche ricorrenti di questo tipo emergono in alcune espressioni nella conversazione, come ad esempio quando parliamo quanto il colore blu sia “freddo”, della “dolcezza” della voce di una donna, o della qualità “penetrante” di un suono. Queste metafore non hanno senso razionalmente, eppure le capiamo istintivamente.
Alcuni ristoratori sostengono questo concetto istintivamente affermando “la musica di sottofondo mentre si mangia cambia il gusto di ogni cosa” .
Dunque, il flusso infinito delle percezioni inconsce arricchisce e stimola la nostra intelligenza e il nostro memorizzare in modo nascosto.
Un altro concetto di fondamentale per memorizzare più rapidamente è tener presente che le immagini sono utilizzate esclusivamente come mezzo per depositare le informazioni nella memoria a lungo termine. Facciamo un esempio per chiarire questa affermazione.
Immaginiamo di dover memorizzare nome e viso di una persona appena conosciuta: il signor Borsini. Possiamo visualizzare il volto del signor Borsini che presenta le caratteristiche “borse sotto gli occhi” dovute alla mancanza di sonno; esse sono talmente grosse da assomigliare in tutto e per tutto a due grandi borsoni di pelle che ondeggiano al vento. Questa visione attiva un’area celebrale abbastanza vasta da depositare l’immagine nella memoria a lungo termine; eppure ci ricorderemo senza problema del cognome del signor Borsini anche senza visualizzare le sue borse degli occhi. In altre parole anche l’informazione associata all’immagine è stata collocata e memorizzata a lungo termine.
D’altra parte ci accorgiamo che questo è completamente in linea con il principio di memorizzazione delle circostanze visto nel paragrafo precedente: l’informazione che vogliamo memorizzare, poiché percepita nello stesso momento dell’immagine, viene anche essa depositata nella memoria a lungo termine.
Se vogliamo ad esempio ricordare una sequenza di fiori, è chiaro che potremmo immaginare di essere da un fioraio o in un prato fiorito e così via. Questo esercizio denominato a cascata o a catena, serve per legare ogni informazione con quella precedente e quella successiva senza che tra questi vi sia un preciso legame logico. Infatti, un’associazione è molto più semplice da ricordare anche perché desta in noi un’emozione che può essere creata con un’associazione ridicola, assurda, movimentata o sproporzionata.
A cosa servono realmente le immagini?
Questa è una di quelle domande che possono realmente fare la differenza in ciò che facciamo, visto che il dilemma diventa più ampio e corrisponde ad un secondo quesito che è: MEMORIZZARE VELOCEMENTE CON LA VISUALIZZAZIONE CHE SIGNIFICATO HA?
A nostro modo di vedere memorizzare più velocemente e con più efficacia ha un significato molto più importante del semplice imparare ad apprendere, noi lo chiamiamo in un modo molto semplice ma anche molto incisivo: SPOSTARE I LIMITI. Quanto sia importante nella vita di ognuno di noi vivere la possibilità di scoprire le infinite potenzialità della nostra mente anche solo riuscendo ad aumetare del 30-50% la velocità di memorizzazione lo sa solo chi si sia dato la possibilità di frequentare corsi come il seminario C.i.a.o. (come imparare ad organizzarsi) di cui vanno tutti estremamente fieri per ciò che i partecipanti si siano portati via da tempo.
Grazie ad ognuno dei lettori di aver dato la possibilità di scoprire come le Tecniche di memoria possano rendere più incisivo l’apprendimento di testi, racconti, giornali, libri di qualsiasi difficltà e genere, da Analisi matematica a Kafka, in fin dei conti è solo un metodo, come andare in bicicletta, una volta imparato rimarrà per sempre.
Il metodo comunemente usato per imparare a memoria qualcosa è quello della ripetizione che consiste nel leggere e ripetere continuamente le informazioni fino ad impararle.
Oltre ad essere il sistema meno efficace in assoluto per la memorizzazione, esso provoca un’insicurezza che nasce durante l’infanzia e si radica con il tempo; spesso infatti le informazioni vengono dimenticate in tempi più brevi di quanto sperato.
È esperienza comune studiare intensamente un argomento con il metodo della ripetizione e non con le tecniche di memoria e accorgersi qualche mese dopo di non ricordarsi più nulla o quasi. Perché questo si verifica e come risolvere questo problema?
Memoria a breve, medio e lungo termine
Possiamo individuare tre tipi di memoria diversi che si differenziano per il periodo di permanenza dell’informazione acquisita:
memoria a breve termine: acquisisce dati che rimangono a disposizione per un tempo compreso fra pochi secondi e due settimane circa;
memoria a medio termine: tra due settimane e un anno;
memoria a lungo termine: dati che possono rimanere a disposizione per tutta la vita.
Perché un’informazione si colloca in un tipo di memoria piuttosto che in un altro? Riducendo all’osso la questione possiamo pensare ai tre tipi di memoria come a tre contenitori distinti. Quando si acquisisce un’informazione nuova, essa si colloca nella memoria a breve termine e, se non viene più ripresa, è destinata ad essere dimenticata; utilizzandola invece in maniera cosciente almeno una volta, essa si sposta nella memoria a medio termine; se infine si utilizza questa informazione varie volte, questa viene trasferita nella memoria a lungo termine.
Per fare un esempio immaginiamo di conoscere una ragazza di nome Giulia. Durante le presentazioni il suo nome va a collocarsi nella memoria a breve termine. Nel corso della serata ci capita di chiamarla per nome (o semplicemente di pensarlo), in questo modo l’informazione viene spostata nella memoria a medio termine. Un paio di giorni dopo decidiamo di invitarla ad una festa, a questo punto il suo nome viene trasferito nella memoria a lungo termine e saremo così in grado di ricordarlo per molto tempo.
Naturalmente quello utilizzato sopra è un modello didattico atto esclusivamente alla comprensione del funzionamento di base della memoria. La collocazione di un’informazione nella realtà non prende in considerazione solo quanto il dato viene utilizzato ma è il risultato dell’analisi di molte variabili. Nonostante questo, il modello dà una rappresentazione a grandi linee esatta di quello che accade comunemente. Il motivo per cui le cose studiate con la ripetizione svaniscono è che sono spesso collocate nella memoria a medio termine a meno che l’argomento venga costantemente ripreso. Da notare che questo accade nonostante l’elevato numero di volte in cui le informazioni sono utilizzate. Come si può quindi stanziare dei dati nella memoria a lungo termine senza un lavoro lungo e faticoso?
